In videoconferenza su Zoom, i due leader provano a smorzare le tensioni che alimentano il braccio di ferro tra Pechino e Washington

Joe Biden ha aperto così: «Dobbiamo fare in modo che la nostra competizione non scivoli, volontariamente o meno, in un conflitto. Abbiamo bisogno di installare i guard rail sul nostro percorso: abbiamo una responsabilità nei confronti del mondo intero, non solo verso i nostri popoli». Risposta di Xi Jinping: «I vertici di persona sono meglio, ma sono contento di rivedere il mio vecchio amico. Il mondo è un villaggio globale. I nostri due Paesi possono collaborare per la causa comune della pace e dello sviluppo».
In un vertice come questo, ciascuna parola può avere un significato corrente e, nello stesso tempo, alludere a un meta messaggio. Biden e Xi Jinping hanno letto le loro dichiarazioni iniziali con il microfono aperto per i giornalisti. E il primo segnale appare chiaro: i due leader sono disposti a verificare se ci siano le condizioni per un negoziato ampio e pragmatico. È l’obiettivo di Biden, che da mesi cercava questo summit virtuale iniziato lunedì 15 novembre alle 20 e durato fino a tarda sera. Xi Jinping accetta il confronto.
Biden e il Segretario di Stato Antony Blinken hanno scelto un approccio morbido, partendo dall’unica zolla di terraferma condivisa: la collaborazione sul climate change. Gli Stati Uniti hanno già avviato piani operativi con India, Australia, Gran Bretagna, ma anche Svezia o Botswana. Avevano bisogno di agganciare su un progetto concreto anche i cinesi.
Ce l’hanno fatta a Glasgow, ma ora si tratta di definire i contenuti.
L’altro tema cruciale è il commercio. Nelle ultime settimane le grandi corporation si sono fatte sentire con la Casa Bianca: non possiamo perdere la filiera delle forniture e il grande mercato cinesi. Nello stesso tempo, però, quelle stesse imprese chiedono protezione per i loro investimenti e i loro brevetti tecnologici. A Washington si pensa che anche Pechino, alla fine, non possa rinunciare al legame economico con gli Usa. Possiamo prendere un solo dato: il surplus commerciale cinese, cioè la differenza tra le esportazioni e le importazioni verso e dagli Stati Uniti.
Nel 2016, ultimo anno di Obama, era pari a 346 miliardi di dollari; nel 2017, primo anno di Trump nello Studio Ovale, era salito a 375 miliardi; nel 2020, in piena pandemia, si è mantenuto sui 310 miliardi di dollari e i primi nove mesi del 2021 hanno chiuso con più 255 miliardi in favore di Pechino. Certo sono numeri che non rendono fino in fondo la complessità dei rapporti economici tra le due superpotenze, ma indubbiamente indicano come gli scambi non abbiano davvero risentito delle turbolenze politiche e dei dazi trumpiani, confermati poi da Biden.
Gli americani puntano almeno a impostare una trattativa che tenga dentro tutto: tariffe, brevetti, dumping monetario, aiuti di stato eccetera. Finora i tutti i tentativi sono falliti. Vedremo fin dove potrà arrivare questa Amministrazione. L’atteggiamento di Xi è difficile da decifrare, anche se c’è una frase pronunciata a porte aperte che colpisce: «Dovremmo cercare di concentrarci nelle nostre politiche interne, mentre nello stesso tempo dovremmo condividere una larga parte delle responsabilità internazionali».
Come dire: se volete la nostra collaborazione, state alla larga da Taiwan, Hong Kong e dimenticatevi la repressione degli Uiguri, la popolazione in gran parte musulmana che vive nella regione occidentale dello Xinjiang. È questo il passaggio politico più difficile. Per l’ala dura della politica americana, repubblicani e una quota di democratici, è semplicemente insormontabile. Ma Biden ha una lunga lista di emergenze da sottoporre a Xi Jinping: oltre al climate change, la pandemia, la cybersecurity, il terrorismo internazionale. La sponda cinese sarebbe preziosa per affrontare le principali crisi geo-politiche: Iran, Corea del Nord e Afghanistan.

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