Fonte: Corriere della Sera

di Roberto Gressi

Il ritardo sulle nuove regole per il Natale è la cosa più insopportabile. L’Italia non sa se potrà muoversi, con che orari, a quali condizioni


Diteci, per favore, di che vita dobbiamo vivere. L’Italia anarchica per luogo
comune ha risposto con pazienza e ordine al lockdown della prima ondata del virus. Oggi viene rimproverata se frequenta centri commerciali, negozi e ristoranti che per legge sono rimasti non solo aperti, ma anche incentivati dal cashback, la norma che consente vantaggi economici a chi acquista con bancomat e carte di credito. Non sa se le scuole riapriranno, viene rassicurata sul vaccino anti Covid anche se tanti non riescono a trovare quello contro l’influenza.
Ma il ritardo sulle nuove regole per il Natale è la cosa più insopportabile. L’Italia non sa se potrà muoversi, con che orari, a quali condizioni. Le decisioni non arrivano e potrebbero però ancora una volta cambiare la nostra vita già dal prossimo fine settimana. I negozianti non sanno se potranno lavorare, i ristoranti non sanno se fare provviste, in tanti non sanno se potranno raggiungere i familiari lontani e quali saranno le regole per tornare. Tutto si confonde in un turbine di riunioni. Gli scienziati del Cts, i capi delegazione al governo, il Consiglio dei ministri, la conferenza Stato-Regioni.
A nessuno sfugge la complessità delle decisioni da prendere. Comprimere la libertà delle persone è una cosa grave ed evitarlo quando possibile è certamente la cosa migliore. L’iniziativa economica paga già un duro prezzo e va tutelata. Ancora ieri ci sono stati 17.572 contagi e 680 morti: persone, non numeri. Scelte difficili, magari impopolari. Ma è per questo che le democrazie si danno un governo. E allora diteci, adesso, che cosa succederà sabato e domenica, come dovremo comportarci alla vigilia di Natale, il 25, a Santo Stefano, a Capodanno. Diteci se le nuove regole varranno fino al sei di gennaio o oltre. Non è soltanto il diritto ad essere informati per organizzare la nostra vita o il nostro lavoro. È una questione di rispetto. Che è negato da un balletto ormai inconcepibile e inaccettabile quando si trasforma in tirate d’orecchi sulla irresponsabilità delle persone. Rigore, distanze, mascherine, pulizia. Non ci stanchiamo di ripeterlo, ma è l’incertezza che crea il caos.
E l’incertezza è figlia di uno sgradevole gioco del cerino. Chi sarà a scottarsi le dita con una decisione impopolare? Il governo si è diviso e ha dato l’impressione di aspettare per coprirsi le spalle con un ordine degli scienziati e di attendere che fossero le Regioni a implorare provvedimenti sotto la spinta del virus. I governatori troppo spesso hanno accolto le misure di stretta con un sollievo interiore e una critica pubblica. L’opposizione è stata tagliata fuori ma ha anche in parte sfruttato le mani libere. Non è con una eterna e sotterranea campagna elettorale che si vince questa battaglia.

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