Il rapporto sullo sviluppo umano 2021/2022 e la regola della condivisione. È l’unica eredità buona del Coronavirus

Come sono stati gli ultimi tre anni? Lo chiede Paolo Giordano a Elena Ferrante. «Quel riflesso a saltar su, ad aggrapparmi a qualcosa di solido— una maniglia: per riscoprirla, reinventarla — si è appannato. Mi sento immobile, senza nemmeno la solita spinta all’adattamento», risponde la scrittrice che ha portato l’amicizia geniale tra due ragazze italiane, Lila e Lenù, dentro il cuore e la testa di milioni di lettrici e lettori in 40 Paesi. La domanda di Giordano — ora in libreria con un romanzo, Tasmania, dove racconta l’incrociarsi di storie dentro il perimetro della Storia che ancora dovrebbe vibrare della detonazione di Hiroshima — nasce dalla consapevolezza che lo spavento, spesso lo sgomento, quella sensazione di essere spaesati in casa propria rappresentano una nuova normalità. Non una finestra spalancata da un colpo di vento, non un’interruzione dei programmi. Ma il tempo che dovremo abitare.
Tra dati e comparazioni, premesse e sintesi, di questo parla il Rapporto sullo Sviluppo Umano 2021/2022: «Tempi incerti, vite instabili: dare forma al nostro futuro in un mondo in trasformazione». Già nel 2019 sei intervistati su sette dichiaravano di sentirsi «insicuri», una proporzione che i ricercatori delle Nazioni Unite attribuivano agli scossoni di globalizzazione e crisi climatica. Quest’onda che ancora ci trascina è stata dunque accelerata e non generata dalla pandemia. Nella sua rapida diffusione planetaria e nella lunga coda fiammeggiante, il Covid-19 ci ha messi a nudo di colpo: come successe all’imperatore che sfilava convinto della propria capacità di stupire e governare, all’infinito, armato di impunità. Eppure è proprio nella risposta al Coronavirus che è possibile rintracciare la soluzione a quella che è stata chiamata “permacrisi” o “policrisi”, parole votate tra le più significative del 2022 e accolte nei dizionari. Una soluzione che non è però un brevetto, chiuso e vendibile, bensì un processo, aperto e imperfetto.
È stato calcolato che nel 2021 i vaccini, messi a punto a una velocità senza precedenti, abbiano salvato almeno 20 milioni di vite. Un successo clamoroso nonostante due vaste zone d’ombra: la disparità di accesso all’unica vera risorsa salvifica e un’ostilità verso la scienza diffusa a macchia di leopardo. Quello che dovremmo aver imparato nel nostro metterci di traverso al contagio, da Wuhan a Bergamo, è la regola della condivisione: ne usciamo solo insieme. La novità di questi tre anni è proprio che la maniglia alla quale provare, ancora, ad aggrapparci per adattarci appartiene a tutti o a nessuno. Dovremmo incoraggiarci a non temere l’incertezza. Lasciar risuonare il coraggio poetico, mai nascosto al mondo, di W.H. Auden, il quale incitava innanzitutto sé stesso a riconoscere «i punti di luce» che lampeggiano «là dove i Giusti si scambiano i loro messaggi»: che io possa, assediato come loro da negazione e disperazione, «mostrare una fiamma affermativa».
Come ha sottolineato Martin Wolff sul Financial Times, ragionando sulla condizione di new normal descritta nella ricerca Onu, l’intrecciarsi di criticità domestiche e internazionali è il segno primario della nostra epoca. In inglese tre “I” vengono accostate per identificare l’area di azioni possibili. Investment, investimenti estesi, non concentrati sulle economie più salde. Insurance, per la necessità di soluzioni flessibili di sicurezza sociale in grado di garantire chi perde punti di riferimento minimi come lavoro e salute. Innovation, che non è tanto e solo sviluppo di tecnologie, quanto rifondazione di come prendiamo le decisioni. La scelta umana è l’eroe e il cattivo di questa età dell’incertezza. Vanno perseguiti cambiamenti inclusivi: oltre i pregiudizi privati, oltre i circuiti stretti del consenso pubblico. Oltre l’inerzia, che sarebbe una condanna comune.

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