Fallisce il referendum fortemente sostenuto dal nuovo leader, avanguardia di quell’«ondata rosa» che aveva spostato a sinistra buona parte dell’America latina

Gabriel Boric ha perso la sfida. Il Cile ha votato no, con oltre il 60%, alla nuova Costituzione in un referendum fortemente sostenuto dal neo-presidente, avanguardia di quell’«ondata rosa» che negli ultimi due anni ha spostato a sinistra buona parte dell’America latina. I eri 15 milioni di cileni erano chiamati — obbligatoriamente — alle urne per decidere se approvare la nuova Carta o se mantenere quella «ultra-liberista» scritta nel 1980, sotto il regime di Pinochet (1973-1990).
I sondaggi avevano preannunciato il rifiuto e il presidente fin dal mattino aveva messo le mani avanti: «Indipendentemente dall’esito, chiederemo un’ampia unità in Cile», aveva detto all’inizio di quella che ha definito una «giornata storica». Eppure quel «no» alla nuova Costituzione suona come uno schiaffo all’ex leader studentesco diventato capo di Stato in marzo: Boric aveva fatto sue le rivendicazioni delle manifestazioni dell’autunno 2019 contro carovita e corruzione che terminarono con 17 morti, centinaia di feriti e migliaia di arrestati, ma convinsero il governo del conservatore Sebastián Piñeda a dare il via libera al processo di riforma costituzionale.
«Aprueba» o «Rechaza», era scritto sulla scheda elettorale. Approvi o respingi il testo redatto dai 154 membri della Convenzione costituzionale, eletti nel maggio del 2021. Elezioni che inviarono un segnale netto al potere: i partiti tradizionali furono umiliati a favore degli indipendenti e di giovani volti della nuova sinistra. Per la prima volta nella storia del Cile alle comunità indigene furono riservati 17 seggi e a guidare la Convenzione fu nominata una professoressa di origine mapuche, Elisa Loncón. Il 4 luglio scorso il testo ufficiale è stato consegnato a Boric, che nel frattempo aveva vinto le presidenziali, candidato della coalizione di sinistra.
La Costituzione tanto anelata dalle generazioni nate dopo la fine della dittatura alla fine però non ha convinto la maggioranza della popolazione. Il testo di 178 pagine, 388 articoli, 11 capitoli e 56 disposizioni transitorie, stabiliva in apertura che «il Cile è uno Stato di diritto sociale e democratico. Multinazionale, interculturale, regionale ed ecologico» e che «la sua democrazia è inclusiva e paritaria». Uno Stato «laico». Nella lista dei diritti costituzionali figuravano, oltre a quello delle nazioni native – compreso il riconoscimento di un Sistema giuridico indigeno – maggiori diritti in tema di salute e istruzione, il diritto a una vita libera dalla violenza di genere, alla “neurodiversità” e alla morte dignitosa. Tra i punti più controversi, l’eliminazione del Senato a favore di una Camera delle regioni, «paritaria e plurinazionale» che avrebbe dovuto affiancare quella dei Deputati. La parte del leone, presente in ben 77 articoli, era dedicata alla crisi climatica e alla protezione di ambiente e animali.

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