mareya bashir

«La bambina si chiamava Fatima. Aveva nove anni. I genitori l’avevano obbligata a sposarsi con un uomo di 45. Era stata ceduta in cambio di un po’ di denaro e di una piccola partita di droga. Ho arrestato l’uomo. Ho sciolto il matrimonio decretando il divorzio. Ho accompagnato Fatima in un orfanotrofio di Herat, in una struttura protetta dedicata alle spose bambine. I talebani adesso sono tornati al potere in Afghanistan. Hanno chiuso le strutture dove le bambine, le ragazze e le donne potevano rivolgersi per scampare alle violenze e alle sottomissioni. Hanno ripristinato i matrimoni con le spose bambine. L’orfanotrofio dove Fatima aveva trovato rifugio è stato chiuso. So che Fatima è stata costretta a tornare da quell’uomo più vecchio di lei di quasi quarant’anni».

Chi è Mareya Bashir
Mareya Bashir è una giurista e una magistrata. Le sue parole, pronunciate mentre gli occhi da marroni sembrano diventare neri per un aggiuntivo velo di tristezza, rompono con tutto il loro dolore l’atmosfera distaccata, cinica e leggera che si respira da Giggetto al Portico d’Ottavia, nel quartiere ebraico di Roma, a poca distanza dal ministero della Giustizia.

A Kabul donne in minigonna
Bashir è nata a Kabul, in una famiglia della borghesia afghana: «Mio padre Mohammad Amin era direttore di banca. Mia madre Shafiqa era laureata in letteratura. Kabul era molto bella negli anni ’70. Era una città internazionale, con un grande aeroporto e tanti turisti stranieri. I filobus erano guidati dalle donne, che spesso indossavano gonne corte. La mia famiglia era musulmana. Allora non esisteva però alcuna forma di radicalizzazione e di abuso politico dell’Islam».

Primo giudice donna
Mareya è stata dal 2005 al 2014 procuratrice generale della provincia di Herat, da tempo immemore crocevia delle rotte commerciali fra Asia, Medio Oriente ed Europa. Per quasi dieci anni ha esercitato la principale carica dell’ordinamento giudiziario in quella provincia. Nessuna donna lo aveva mai fatto. Nella sua vita pubblica si è spesa molto per l’educazione delle bambine e delle ragazze, suscitando anche per questo l’ira e la violenza degli islamisti più radicali. È abituata a gestire e a persuadere, a comandare e a combattere. La sua postura carismatica è ammorbidita dalla rotondità del volto e dai colori della camicia, dall’eleganza del velo e dal sorriso che talvolta erompe in mezzo ai suoi discorsi di tristezze e di speranze, più tristezze che speranze in questo momento. «Il primo episodio di ingiustizia a cui ho assistito? Ero una bambina a Kabul. Un operaio, dopo una giornata di lavoro, non venne pagato e fu scacciato di fronte a tutti, in mezzo alla strada, dal suo padrone», ricorda.

«Amo l’Italia e gli italiani»
Il contrasto vivace fra la gravità del racconto e la spensieratezza dell’ambiente stempera la tensione della prima a favore della tranquillità del secondo. Mareya è contenta di essere qui: «Amo l’Italia e gli italiani. Fra Roma e Kabul avevamo plasmato la nostra corte costituzionale e il nostro codice penale sul modello italiano. Gli scambi con il vostro ministero della Giustizia, anche sulla condizione femminile, sono importanti per noi. Il vostro contingente militare a Herat ha fatto un prezioso lavoro di pace. Gli italiani hanno sempre avuto rispetto per la nostra cultura e le nostre tradizioni. Hanno costruito un ospedale e una scuola. Ci hanno aiutato ad aprire una radio e un piccolo giornale. Hanno fornito supporto per gli uffici amministrativi. Hanno allestito un mercatino in cui le donne potevano commerciare liberamente: non solo comprare, ma anche vendere frutta e verdura, vestiti e prodotti per la casa. Ora tutto questo è scomparso. La maggioranza di noi afghani vive in Germania, dove c’è più lavoro. Ma il cuore di molti di noi è qui in Italia».

La carriera
Il tavolo si riempie di piatti della tradizionale cucina romano-ebraica: carciofi alla giudia, filetto di baccalà, fiori di zucca con ricotta e acciughe. Negli anni lei ha ricevuto numerose minacce ed ha subito diversi attentati anche per il suo impegno pubblico a favore delle bambine e delle ragazze (in particolare per la loro educazione), in un Paese segnato da tribalismi ancestrali e da radicalismi come l’Afghanistan: «Quando, fra il 1995 e il 1996, i talebani imposero il loro regime teocratico per la prima volta, io aprii una scuola segreta per le ragazze che volevano continuare a studiare», dice. E, poi, aggiunge: «La tensione pedagogica è fondamentale. Il lavoro del legislatore e l’opera del magistrato sono essenziali. Ma, perché le donne abbiano diritti e responsabilità, un’intensa attività educativa è cruciale».
Mareya, allora, aveva poco più di 25 anni. Adesso, ne ha alcuni di più. Nel 2001 gli Stati Uniti e la Nato sono intervenuti per recidere i legami del regime talebano con al-Qaida e con il terrorismo di matrice islamica. La sua attività prima di magistrata inquirente e poi di magistrata giudicante ha cercato di tenere insieme i fili lacerati e i fili spezzati delle donne e dei bambini, dei più poveri e dei più soli. Donald Trump nel 2020 si è accordato a Doha con i talebani per il ritiro delle truppe americane. Nel 2021 Biden le ha ritirate. Le istituzioni e le strutture nate con il supporto occidentale si sono sciolte come neve al sole. I talebani si sono reimpossessati del Paese in ogni suo anfratto, in ogni sua struttura, in ogni sua paura. La società afghana ha vissuto un tramortimento e un desiderio di fuga espressi nelle scene apocalittiche dell’aeroporto di Kabul, dove in migliaia hanno cercato di salire sugli ultimi aerei per l’Occidente. Racconta Mareya: «Io ero disperata. Piangevo e parlavo al telefono da Herat con Marta che stava a Roma e Marta mi diceva: “Mareya, non piangere. Io sono tua sorella”».

La cittadinanza italiana
Marta è Marta Cartabia, l’attuale ministro della Giustizia, che le ha appena consegnato il Premio Marisa Bellisario. In quei giorni drammatici, agosto del 2021, Mareya con la sua famiglia è passata in Turchia e, triangolando con l’ambasciata italiana di Ankara, è arrivata in Europa, dove la chiave – giuridica – a sigillo della salvezza fisica sua e della sua famiglia (ha una figlia, Yasaman; e due figli, Yasser e Sagad) è stata l’attribuzione della cittadinanza italiana, avvenuta nel novembre scorso.

Ora l’attenzione è tutta per l’Ucraina
Arrivano in tavola i primi piatti: pasta con crostacei per lei e cannelloni con carne di vitella per me. Il giardino interno di Giggetto è pieno di ombra e di frescura. Non si avverte il caldo di giugno che, a Roma, sa essere inclemente. La giornata è ventosa. Nel tempo distaccato dalle cose, Mareya sembra rilassarsi e prendere fiato dalla affannata corsa della sua vita. Anche se i pensieri la riportano sempre indietro. A Kabul e a Herat. «In questo momento – dice in un fiato – la mia maggiore preoccupazione è che l’Occidente si dimentichi del mio popolo e della mia terra. Tutta l’attenzione dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti europee e americane è concentrata sulla guerra in Ucraina. La quale è naturalmente un evento di grande portata e di grandi effetti internazionali. Soltanto che, adesso, il silenzio della comunità internazionale è calato sull’Afghanistan. E, questo, non aiuta le reazioni che i più giovani e le donne stanno gradualmente esprimendo: la solitudine è la peggior cosa, quando devi vivere in un regime violento e totalitario come quello talebano e provi a non esserne del tutto schiacciato».

Femminicidio
In tavola i camerieri di Giggetto portano del buonissimo branzino cucinato al sale. Mareya si rilassa. E può raccontare di sé: «Mi interessano la filosofia del diritto e la filosofia occidentale. Ho letto Friedrich Nietzsche. Nella nostra tradizione abbiamo grandi poeti che amo molto. Nella nostra cultura la poesia è uno strumento di racconto, di valorizzazione e di liberazione degli ultimi. Prima di tutto di noi donne». Mentre mangiamo, il pensiero va a Nadia Anjuman. Anche lei di Herat. Nadia era stata una allieva brillante e talentuosa della “Scuola di cucito l’ago d’oro”, la scuola dove formalmente le ragazze imparavano a cucire (una delle poche “concessioni” del primo regime dei talebani, fra il 1996 e il 2001), ma che in realtà era un luogo in cui seguivano le lezioni di narrativa e di poesia, di filologia e di storia della letteratura impartite segretamente dai professori dell’università di Herat.

Perché l’Italia non sfrutta i giacimenti di gas in Adriatico (e la Croazia si)?
Con il taglio delle forniture di Gas all’Europa Mosca esercita il suo potere di ricatto verso l’Europa e l’Italia. Si cercano fonti di approvvigionamento alternative. Ma la normativa blocca le trivellazioni….Fiore di fumo e Un’abbondanza di preoccupazioni. Aveva: perché il 4 novembre 2005 è stata uccisa a pugni e a calci dal marito Farid, suo compagno di corso all’università e direttore della biblioteca di Herat, la cui famiglia di origine era sempre stata contraria alla esposizione pubblica (e ai successi letterari) di Nadia. Mareya, 17 anni fa, ha condotto le indagini in un caso non semplice, perché la famiglia del marito ha impedito l’autopsia del corpo della poetessa e perché, intorno alla famiglia di Nadia, dopo la sua morte si è creato un meccanismo di pressione della comunità di Herat più tribale a favore di una pena minima per il marito. Tutto questo rimane nel non detto, mentre alcuni bambini italiani ci corrono a fianco ridendo per andarsi a sedere nell’altro tavolo di questo spazio aperto e riservato di Giggetto.
Arrivano i dolci in tavola: tiramisù per me e torta alla cioccolata per lei. Caffè doppio per entrambi. «Mia sorella Soniya, che ha cinque anni in meno di me, è una poetessa. E anche lei scrive poesie sulla vita, sui problemi e sui sentimenti di noi donne», dice con un sorriso segnato dall’amore protettivo che hanno sempre le sorelle più grandi verso le sorelle più piccole. E, intanto, nella calma di un primo pomeriggio romano, i suoi occhi brillanti e acuminati sembrano parlare a tutti noi, al suo popolo e al mondo che non deve dimenticare l’Afghanistan.

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