Missile Corea

La Corea del Nord di Kim Jong-un spara un missile balistico che sorvola il Giappone: suonano le sirene e vengono diffusi inviti a raggiungere i rifugi più vicini. Per il dittatore nordcoreano un ritorno al passato – ma anche la minaccia del «first strike»

Gli analisti militari ritengono che l’ordigno fosse uno Hwasong-12, un IRBM (Intermediate-range ballistic missile) capace di raggiungere anche la grande base americana di Guam.
Cessato l’allarme generale, il primo ministro giapponese Fumio Kishida ha definito l’azione nordcoreana «barbara»; il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol ha promesso una reazione compatta alla sfida; Washington parla di «risposta robusta» alla nuova provocazione.
Quest’anno la Nord Corea ha già lanciato 42 missili in 23 test, cinque negli ultimi dieci giorni.
Sovrastato dal rumore della guerra in Ucraina, Kim Jong-un cerca di richiamare l’attenzione che crede di meritare e che Joe Biden non sembra intenzionato a concedergli. Nel 2017, dopo che un missile nordista aveva sorvolato il Giappone, Donald Trump aveva reagito con un discorso dalla tribuna dell’Assemblea generale Onu, avvisando «l’uomo razzo» che gli Stati Uniti avrebbero «cancellato dalla faccia della terra il suo regime» se non si fosse fermato. Dopo settimane di tensione, Kim a inizio 2018 sorprese Trump e il resto del mondo dichiarando una moratoria nei test missilistici e aprendo una fase di dialogo. Il negoziato fallì durante il vertice Kim-Trump del febbraio 2019 a Hanoi, quando gli americani si resero conto che il Maresciallo non avrebbe mai rinunciato al suo arsenale nucleare.
Qual è ora la strategia di Pyongyang? Sembra che Kim non cerchi più il negoziato, ma voglia convincere sudcoreani e americani di essere pronto a usare anche per primo l’arma nucleare. Un ricatto che imporrebbe a Seul di fare concessioni per non rischiare di essere colpita con un ordigno devastante.

Due mosse recenti provano questa teoria.
1) A giugno Kim ha fatto pubblicare un «Piano per la modifica e l’ampliamento degli incarichi operativi affidati alle unità di frontiera», illustrato ai generali in una conferenza. Si tratterebbe di schierare sul 38° Parallelo armi nucleari tattiche pronte per l’impiego sul campo di battaglia da parte dell’artiglieria della Nord Corea. Nelle immagini diffuse dalla propaganda si vedeva un ufficiale dell’Esercito indicare i possibili bersagli delle armi nucleari tattiche su una mappa della Sud Corea. Grosso modo, quando si parla di «nucleare tattico», si indicano gli ordigni da uso ravvicinato, sul campo di battaglia per annientare le retrovie del nemico; le armi «strategiche» sono invece quelle a lungo e lunghissimo raggio, puntate su obiettivi lontani (le città) per minacciare l’avversario e «dissuaderlo» da ogni azione. È il cosiddetto «deterrente nucleare». In teoria, il deterrente strategico serve ad evitare la guerra; l’arsenale tattico a vincere una battaglia con risultati devastanti. È a questa seconda opzione che si riferisce la nuova direttiva discussa a giugno da Kim con i suoi generali.
2) A settembre Kim Jong-un ha fatto votare dalla Suprema assemblea del popolo (il Parlamento nordista) una legge che sancisce l’impiego «automatico» e preventivo delle armi nucleari in caso di pericolo per il regime. Tra le circostanze per il ricorso agli ordigni nucleari è citato il caso che «forze ostili attacchino i dirigenti statali o la catena di comando e controllo militare» della Repubblica popolare democratica di Corea (il nome ufficiale del regime nordista). La legge specifica che per scatenare la rappresaglia nucleare non è necessario che «l’azione ostile» sia già avvenuta o sia in corso, basta che sia giudicata «imminente».

Significa che Kim sarebbe pronto, in caso di crisi drammatica, al «first strike», l’uso per primo di ordigni nucleari, anche senza che i nemici abbiano sparato un colpo nucleare.
Il messaggio, oltre che militare, è politico: Kim ha giurato davanti all’Assemblea suprema che la Nord Corea resterà una potenza nucleare «fintanto che esisterà l’imperialismo» e che la nuova legge «traccia una linea incancellabile sulle nostre armi nucleari, sancisce che non ci sarà mai negoziato e accordo su di esse, non vi rinunceremo mai, nemmeno se dovessimo far fronte a cent’anni ancora di sanzioni».
In teoria, il rifiuto di rinunciare all’arsenale di armi di distruzione di massa non è una novità. È evidente fin da quando sono falliti nel febbraio 2019 i negoziati con Donald Trump (al vertice di Hanoi dove The Donald dovette riconoscere che «l’amico» giocava con carte truccate) che Kim non si priverà mai degli ordigni nucleari, che costituiscono la sua assicurazione sulla vita (ha studiato a fondo la fine di Gheddafi in Libia e Saddam in Iraq, che ne erano sprovvisti).
Ed è chiaro che il suo obiettivo è che la comunità internazionale riconosca lo status della Nord Corea come potenza nucleare. Washington valuta che Pyongyang abbia al momento 60 ordigni nucleari e la capacità per costruirne altri 6 all’anno. Con una dichiarazione così netta e articolata, che si spinge fino a minacciare il «first strike» contro americani e sudcoreani, il Maresciallo sembra aver voluto dare un colpo definitivo alle speranze di un negoziato con gli Stati Uniti. La denuclearizzazione è sempre stata l’obiettivo di ogni presidente americano, repubblicano o democratico.
C’è però un ultimo sentiero, stretto e accidentato. «Negoziati sul controllo delle armi e la riduzione dell’arsenale nordista in cambio di un allentamento o cancellazione delle sanzioni Onu» spiega Andrei Lankov, direttore di «NK News» riconosciuto come uno dei massimi conoscitori della questione nordcoreana. Il problema, avverte lo studioso russo, è che il fallimento del tentativo dell’Amministrazione Trump di uno scambio tra sanzioni internazionali e congelamento del programma di sviluppo nucleare nordista ha ridotto lo spazio negoziale. «Negli Stati Uniti ogni accordo con Pyongyang troverebbe forti resistenze, perché porterebbe al riconoscimento del nemico come potenza nucleare».
Se dei colloqui del genere ripartissero «l’opposizione e la stampa americana accuserebbero la Casa Bianca di debolezza e disfattismo, di resa a una piccola dittatura asiatica» (vicina alla Cina, ndr). Lankov, che ha frequentato anche l’università Kim Il Sung a Pyongyang, conclude con un suggerimento ardito: «Servirebbe un po’ di disonestà per far ripartire i negoziati».
Vale a dire che la Casa Bianca dovrebbe «vendere» al Congresso di Washington, all’opinione pubblica e alla stampa un tentativo di ridurre l’arsenale nucleare di Kim come primo passo di un processo per arrivare alla completa denuclearizzazione.
L’alternativa a questo approccio «disonesto» per arrivare almeno a un congelamento della corsa nucleare di Kim è restare a guardare, mentre i suoi scienziati mettono a punto nuovi missili e sistemi di lancio più sofisticati e pericolosi.

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