Joe Biden 1

Disse che l’America andava riunita, ma ora è in difficoltà. E i sondaggi lo puniscono. I primi dodici mesi visti attraverso quattro lenti: economia, salute, rappresentanza e diplomazia

Il 20 gennaio 2021, nel discorso di inaugurazione, Joe Biden prima citò Abraham Lincoln: «Anche noi oggi dobbiamo rimettere insieme l’America unire la nostra nazione». Poi ricordò quello che, più semplicemente, gli diceva sua madre: «Mettiti nei panni degli altri, anche solo per un momento». In questo anno il presidente quasi mai è riuscito a ottenere un largo consenso: dalla pandemia alla riforma sui diritti di voto. Il suo tasso di approvazione è solo al 42,4% e il Paese è ancora ferocemente diviso.

Economia, i due ostacoli
Joe Biden è il presidente che, in uno solo anno, ha distribuito più spesa e investimenti pubblici dei suoi predecessori: circa 3 mila miliardi di dollari. Più di Donald Trump (2.400 miliardi), più di Barack Obama (830) e più di Franklin Delano Roosevelt con il suo «New Deal» da 793 miliardi di dollari ai valori attuali. Ma nonostante ciò, il piano economico non ha dato lo slancio sperato alla popolarità dell’amministrazione. Manca ancora la parte più importante: il provvedimento su assistenza sociale, istruzione, riconversione energetica. È il cosiddetto piano «Build back better», finora bloccato dal senatore Joe Manchin. Una manovra ambiziosa che dovrebbe segnare la svolta promessa da Biden: riduzione delle diseguaglianze; riequilibrio fiscale con più imposte per redditi oltre i 400 mila dollari all’anno; sviluppo sostenibile in linea con gli impegni internazionali sul «climate change». Il presidente ha già ripreso la trattativa con Manchin e, in caso di accordo, dovrà ridimensionare le aspirazioni. C’è almeno un’altra complicazione: l’inflazione. In autunno, la Casa Bianca ha sottostimato l’aumento dei prezzi di benzina e generi alimentari, fidandosi della Federal Reserve.

Salute, l’annuncio intempestivo
Joe Biden ha affrontato la pandemia ripartendo dagli ottimi risultati ottenuti nel 2020 dal governo federale, nonostante l’atteggiamento assurdo di Donald Trump nei confronti degli scienziati. Il nuovo presidente ha lanciato l’immunizzazione di massa, potendo contare subito sui vaccini messi a punto da Pfizer e Moderna. All’inizio la campagna ha preso velocità. Tanto che Biden indicò il 4 luglio, la Festa nazionale dell’Indipendenza, come il giorno della «liberazione dal Covid-19». Un eccesso di ottimismo e forse anche un errore politico. Gli sforzi dell’Amministrazione si sono poi scontrati con l’ostruzionismo di quasi tutti gli Stati del Sud e del Midwest, guidati dai repubblicani. Due esempi su tutti: Greg Abbott e Ron DeSantis, governatori di Texas e Florida che non hanno mai adottato neanche misure minime di precauzione. A quel punto il governo di Washington ha iniziato ad annaspare. Biden è arrivato a proporre di regalare 100 dollari a chi si fosse vaccinato la variante Omicron ha complicato ulteriormente i piani. Risultato: il muro dei «no vax» o dei riluttanti appare invalicabile. Oggi la percentuale di popolazione totalmente vaccinata è pari al 63% negli Stati Uniti, contro il 73,3% dell’Unione europea e il 74,3% dell’Italia.

La battaglia sul diritto di voto
Per almeno 10 mesi Joe Biden ha fatto pressione sui senatori democratici perché abolissero il «filibuster», l’ostruzionismo a oltranza usato dai repubblicani per bloccare ogni riforma proposta dalla Casa Bianca. Servirebbe il voto di tutti e 50 i senatori democratici, ma non c’è stato modo di convincere Joe Manchin e Krysten Sinema. Il «filibuster» repubblicano sta per soffocare le leggi chiave sui diritti di voto. Dopo la sconfitta di Donald Trump nel 2020, 19 Stati a guida repubblicana hanno varato norme per disciplinare l’afflusso alle urne. Alcuni vincoli sono in linea con gli standard europei: chiedere un documento di identità a tutti gli elettori. Altri sono semplicemente ridicoli. In Georgia, per esempio, è vietato portare da mangiare o da bere a chi è in coda ai seggi. L’obiettivo di fondo di tutte queste legislazioni è limitare il voto anticipato o per corrispondenza: due modalità adottate dai democratici per mobilitare le comunità di afroamericani e latinos. Nella primavera scorsa il partito democratico presentò due disegni di legge per tutelare il voto postale e soprattutto, per ridurre la discrezionalità dei singoli Stati nella verifica e nella certificazione delle schede. Ora, però, rischiano di naufragare.

L’ultimo americano a lasciare Kabul
La «dottrina Biden» in politica estera è incardinata sulla «sfida del secolo» con la Cina. Il presidente si è presentato come il leader delle democrazie mondiali, suscitando molte attese nella comunità internazionale. Poi sono arrivate le prime disillusioni. A gennaio-febbraio Biden chiarì che gli Usa non avrebbero donato neanche una dose di vaccino all’estero: «prima gli americani». A maggio l’amministrazione non riuscì a fermare l’offensiva di Benjamin Netanyahu nella Striscia di Gaza; a luglio Biden promise aiuti ai cubani in rivolta, ma non sono seguite iniziative degne di nota. Infine il frettoloso e catastrofico ritiro dall’Afghanistan a metà agosto. Rimarranno nella memoria a quelle immagini dell’aeroporto di Kabul; quegli uomini caduti come zavorra da un velivolo in fuga. A un certo punto è stato inevitabile pensare che, nel concreto, «l’America First» di Trump non fosse così diversa da quella di Biden. Nell’ultimo scorcio dell’anno si è visto un cambio di passo. La Casa Bianca ha archiviato lo scontro commerciale con l’Ue e ha ripreso a consultare gli alleati in modo più sistematico. Prima sull’Iran, poi sull’Ucraina.

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