julliette binoche

L’attrice francese: «Quando ho visto quelle ragazze coraggiose che si tagliavano le ciocche per protesta, mi è venuta voglia di imitarle».

Quei capelli visti nell’«Insostenibile leggerezza dell’essere», nel «Paziente inglese», «Gli amanti del Pont-Neuf», «Chocolat» e in decine di altri film, Juliette Binoche ha voluto tagliarli davanti alla videocamera «per la libertà». La stella del cinema è la prima — «l’hanno deciso gli organizzatori» — a comparire nel video delle artiste francesi mobilitate per sostenere la rivolta delle donne iraniane contro il velo. Al Corriere Juliette Binoche spiega perché quel gesto fa parte della sua lotta «per la causa delle donne dall’inizio, e per l’umanità dalla notte dei tempi».Signora Binoche, quando ha deciso di prendere posizione per le donne iraniane?
«Quando ho visto le prime di loro tagliarsi i capelli per protestare contro l’obbligo del velo. Mi è venuta voglia di tagliarmeli anche io. Sono stata contenta quando Julie Gayet (attrice e produttrice, ndr) mi ha detto che aveva in mente di organizzare un video con tante di noi».

L’ha sorpresa il coraggio delle ragazze di Teheran?
«Sono coraggiose da sempre. Hanno patito così tante umiliazioni e sopportato ogni rimprovero, da decenni. Le donne iraniane sono forti, ma le leggi che negano la loro libertà sono penose. Nei video che ci arrivano dall’Iran vediamo la violenza degli uomini che agiscono come animali. Anzi, peggio: gli animali non sono così crudeli».

Lo scopo dell’iniziativa?
«Creare legami di solidarietà, perché sappiano che il mondo è dalla loro parte, con le donne oppresse, con le donne e gli uomini che chiedono libertà e dignità. Si può essere religiosi e degni. Imporre il velo non lo è, ma scegliere liberamente di metterlo sì. Non avere il diritto di ballare non è degno, come non lo è essere private dell’affido dei figli in caso di divorzio».

Anni fa lei ha girato in Toscana «Copia conforme» con il regista Abbas Kiarostami, nato a Teheran e morto a Parigi nel 2016. Le è capitato di parlare dell’Iran con lui?
«Ne parlavamo spesso, Abbas ha amato profondamente il suo Paese e i suoi abitanti. Soffriva per l’oppressione politica e religiosa. Grazie a lui ho scoperto un Paese magnifico, una gentilezza e un’ospitalità rare. Anche se l’oppressione religiosa è devastatrice, la sensibilità e la storia iraniane persistono».

L’Occidente potrebbe fare di più per aiutare le donne e gli uomini d’Iran?
«I contrasti tra gli interessi politici dei diversi Paesi sono complessi, e non ne so granché. L’oppressione delle donne assomiglia a un problema razziale, le donne sono viste come esseri inferiori non solo in Iran ma in molti altri Paesi. Gli uomini talvolta dimenticano che sono stati portati dalle donne nel loro ventre. Gli artisti sono tramiti importanti per toccare l’opinione pubblica. Noi ci poniamo al di là degli interessi politici e religiosi, siamo sensibili agli esseri umani qualsiasi siano le loro origini».

La rivolta delle donne iraniane potrebbe ispirare la lotta per i diritti delle donne anche in Occidente?
«In Occidente abbiamo altri problemi, nel modo di vedere e mostrare la donna. All’opposto, mostriamo la donna come un oggetto, la donna non è velata ma mutilata, è un giocattolo, una bambola per il consumo, esposta sui manifesti, sfigurata e selezionata con l’obiettivo di vendere. A Parigi i volti e i corpi si impongono come immagini false nelle strade, nelle stazioni o nelle riviste. Questa non è la donna, o lo è solo raramente».

Il velo islamico è portato da molte donne in Francia e in Europa, mentre in Iran altre donne sono pronte a morire per toglierselo. Pensa che il velo in Europa sia frutto di una scelta da rispettare? Oppure il velo rappresenta sempre un’imposizione, diretta o indiretta, del patriarcato?
«Nel corso dei miei viaggi ho incontrato donne che erano molto felici di portare il velo e il suo significato era molto importante per loro. È una decisione che va rispettata. Ognuno ha il diritto di raccontarsi una storia diversa con il velo. Quel che non è accettabile, è quando le donne non vogliono portare il velo ma viene loro imposto, fino al punto di assassinarle. È di una crudeltà intollerabile».

Lei ha definito «necessario» il movimento MeToo, e di recente ha invitato le attrici a rifiutare i ruoli di «donna oggetto». Pensa che la causa delle donne stia progredendo, oppure no?
«Dobbiamo vivere un capovolgimento nella coscienza collettiva. Il mondo è in crisi, come un bambino che deve capovolgersi nel ventre della madre. Le paure si manifestano in modo più violento. Gli uomini devono crescere. Il maschile deve accettare che il femminile fa parte di sé, e che questo è bello. Accettare di non controllare tutto, e dare fiducia, una nuova fiducia. Trattare la vita come lo facciamo dall’epoca dell’industrializzazione planetaria è un oltraggio. Ciò che sta succedendo è una rivoluzione più generale che, lo spero, prenderà corpo nelle nostre vite».

Lei è pronta a impegnarsi sempre di più?
«Sono impegnata per la causa delle donne dall’inizio, e per l’umanità dalla notte dei tempi. Faccio errori come tutti, e cerco di imparare dai miei errori. La vita è fatta per trasformarsi, non per restare in uno stampino bello pronto. La donna non è fatta per tacere, ma per la gioia. La verità è individuale, misteriosa, e risiede nell’ascolto. Un nuovo ascolto».

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