Messaggio trasversale di Xi a Biden. Un’intesa sembra improbabile, ma l’Occidente ha tutto l’interesse a tenere aperto il dialogo, intanto per proteggere Taiwan ed evitare che esploda il secondo fronte in Asia, dopo quello aperto da Putin in Europa

Che cosa deve aspettarsi il mondo dalla Cina di Xi Jinping? Lo abbiamo definito Xi Terzo, ora che ha superato il limite non scritto dei due mandati alla guida del Partito-Stato. Ha di fronte altri cinque anni di potere incontrastato e più probabilmente dieci, visto che non ha indicato un successore capace di raccogliere la sua eredità nel 2027. Il discorso di Xi al Congresso è stato un concentrato di ideologia leninista in politica interna, marxista in economia, nazionalista ed espansionista verso l’esterno. Bisogna prendere atto della forza interna del leader cinese e anche del suo rischio destabilizzante per il mondo globalizzato. Un’intesa sembra improponibile, ma a questo punto l’Occidente ha tutto l’interesse a tenere aperto il dialogo, intanto per proteggere Taiwan ed evitare che esploda il secondo fronte in Asia, dopo quello aperto da Vladimir Putin in Europa. E poi per togliere spazio allo zar che continua a cercare la sponda cinese e anche ieri ha definito Xi un «caro amico».
Ecco perché non va sottovalutato il messaggio trasversale a Joe Biden arrivato ieri da Xi Jinping sotto forma di lettera di auguri al «National Committee on US-China Relations» riunito al Plaza di New York per una serata di gala. Osservando che il mondo oggi non è né pacifico né tranquillo, il segretario generale comunista ha scritto che «più strette comunicazioni e collaborazione tra Cina e Stati Uniti, in quanto grandi potenze, aiuteranno ad aumentare la stabilità e la certezza globali per promuovere la pace e lo sviluppo nel mondo». Il Comitato di industriali ed ex politici di Washington (ne fa parte il vecchio architetto del disgelo Henry Kissinger) promuove da sessant’anni le relazioni Usa-Cina. Incoraggiarlo a proseguire non è solo cortesia, da parte di Xi, dati i tempi. Sembra un segnale conciliante. Il primo dopo l’esibizione di potere assoluto di fronte al Congresso comunista.
Pechino lo ritiene importante: la notizia è stata ripresa con evidenza sulla stampa statale, sicuramente sensibilizzata dall’ufficio propaganda del Partito.
Dire che «la Cina è pronta a lavorare con gli Stati Uniti per trovare la giusta strada» in questo momento ha un certo grado di concretezza, perché Xi cita esplicitamente le «comunicazioni». Si deve ricordare che ad agosto, mentre conduceva giochi di guerra intorno a Taiwan simulando di fatto un blocco aeronavale intorno all’isola democratica, Pechino ha dichiarato l’interruzione dei canali di comunicazione con i comandi militari americani; la sospensione nella cooperazione sul contrasto al cambiamento climatico, all’immigrazione clandestina, fino al traffico di droga. Da allora, Xi ha ostentato distacco e si è concentrato solo sugli affari interni. Ora qualche consigliere gli deve aver ricordato l’occasione della cena di gala del Comitato per le relazioni Usa-Cina.
I due presidenti quest’anno si sono visti virtualmente in due vertici tenuti in videoconferenza. Xi rinfaccia agli americani «la mentalità da guerra fredda», ma intanto minaccia di chiudere la questione taiwanese con la forza delle armi. I canali di comunicazione tra Pechino e Washington non possono restare spenti mentre movimenti di navi e aerei militari intorno a Taiwan possono portare a incidenti ed errori di valutazione sulle intenzioni dell’avversario. Pechino dovrebbe finalmente decidersi a dare subito un contributo allo spegnimento delle fiamme in Ucraina, soprattutto ora che Putin accarezza il ricorso all’arma nucleare.
Il prossimo appuntamento tra i due dovrebbe essere in persona, al G20 di metà novembre in Indonesia. Senza immaginare un ritorno al «business as usual» (come invece vorrebbe Pechino), la ripresa del dialogo sarebbe un successo confortante.
Ne ha bisogno Xi Jinping, perché proprio l’esibizione di forza totale di fronte al Partito ha provocato ulteriori problemi sul fronte economico. Al Congresso ha illustrato la sua linea marxista-leninista che prevede il primato dell’ideologia politica sull’economia. Per giustificare i dati in declino ora parla di «crescita di qualità» legata all’innovazione, ma intanto da un paio d’anni ha messo sotto tutela anche le grandi industrie tecnologiche. I titoli dei giganti tech cinesi, da Alibaba a Tencent, questa settimana sono sprofondati in Borsa, da Hong Kong a Wall Street: gli investitori fuggono proprio perché nel nuovo Politburo non si vedono uomini che possano agire da contrappeso al potere di Xi, che possano avere il coraggio di dirgli un no o anche solo di esprimere un dubbio, suggerire una correzione di rotta. Il leader ha scelto solo degli esecutori del suo Pensiero. Gli servirebbe qualche voce sincera, qualche compagno capace di ricordargli che negli ultimi quarant’anni è stato lo spirito imprenditoriale dei cinesi a far correre lo sviluppo, non la supremazia del Partito.
Ma ha bisogno di dialogo (e presto) anche Joe Biden. Viene dato come imminente e inevitabile un test nucleare in Nord Corea, forse prima delle elezioni americane dell’8 novembre. L’America ha promesso una «reazione senza precedenti». Senza il consenso di Xi ogni mossa dissuasiva o punitiva nei confronti di Kim Jong-un ha poco spazio.

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