Economia borsa 1

Il Brent vede 140 dollari al barile, il gas europeo supera quota 300 euro. Poi entrambi ritracciano. Piazza Affari chiude in ribasso dell’1,3%. Salgono dollaro e oro, beni rifugio. Nuovo minimo per il rublo

I listini europei chiudono in calo ma limitano le perdite dopo un’apertura in forte ribasso che lasciava presagire una replica del venerdì nero che è costato 400 miliardi di capitalizzazione alle principali Borse Ue. Le fortissime vendite iniziali hanno rallentato dopo che sono ripartiti i colloqui tra Russia e Ucraina, ma con uno scontro sui corridoi umanitari. Milano, che venerdì aveva perso il 6,2%, nella prima mattinata è tornato a vedere il -6%. Poi è partito un recupero, fino a toccare il positivo nel primo pomeriggio, quindi Piazza Affari è tornata in calo con la debolezza di Wall Street per chiudere quindi in ribasso dell’1,36%. Le vendite hanno colpito soprattutto le banche e Stellantis. In recupero Tim con l’avvio di un roadshow presso gli investitori da parte dell’ad Labriola. Sale anche Leonardo che scommette sull’aumento delle spese militari. Positivo, in generale, il comparto petrolifero per l’apprezzamento della materia prima. Negative anche le altre Borse europee: Francoforte -1,98%, Parigi -1,31%, Londra -0,4%. Alla chiusura delle Borse europee, Wall Street amplia il rosso: il Dow Jones cade dell’1,2%, lo S&P500 cede l’1,4% e il Nasdaq l’1,5%.
L’escalation di guerra in Ucraina, dove i bombardamenti prendono sempre più di mira la popolazione civile, sta portando gli alleati a valutare interventi più duri dal punto di vista sanzionatorio. Secondo i media internazionali, gli Usa stanno spingendo (con o senza alleati) per adottare un blocco totale all’importazione di petrolio russo. Un’opzione che ha proiettato le quotazioni del greggio in rialzo, così come quelle del gas all’hub europeo di Amsterdam.
Quest’ultimo ha aggiornato il suo massimo storico infiammandosi fino al nuovo record di 345 euro al Mwh, salvo poi rallentare in area 230 euro sul mercato di Amsterdam. Nella notte il Brent, la qualità europea del petrolio, ha quasi sfiorato quota 140 dollari al barile in Asia. Anche in questo caso i rialzi sono un po’ rientrati e al termine degli scambi Ue il Brent segna 125 dollari mentre il Wti americano (che ha visto i massimi dal 2008) si posiziona appena sotto 120 dollari.
Resta dunque una fase di grandissima volatilità per lo sconvolgimento dell mercato energetico globale: “Una delle maggiori incertezze è quanto e come l’escalation della guerra economica tra Russia e Ovest impatterà il flusso di petrolio e gas”, ha detto alla Bloomberg Victor Shum, vice presidente di IHS Markit, S&P Global. “I membri NATO attualmente comprano più della metà dei 7,5 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati che la Russia esporta e le scorte sono già basse negli Usa e a livelli minimi nei Paesi Ocse di Europa ed Asia”, ha aggiunto. “Le sfaccettate dimensioni di questa guerra porteranno a esiti inattesi”. Come ricorda Deutsche Bank nella sua nota d’apertura di giornata, la tensione sul petrolio deriva anche dal fatto che nel weekend sono sfumate le speranze di accelerare l’accordo sul nucleare con l’Iran, che avrebbe riportato un importante produttore a far fluire il suo greggio nel mercato globale.
Un assaggio della preoccupazione degli investitori è arrivato fin dalla mattina, con la Borsa di Tokyo che ha concluso la prima seduta della settimana in sostenuto calo, con l’indice di riferimento ai minimi in 16 mesi: il Nikkei ha ceduto il 2,94%, a quota 25.221,41, con una perdita di 764 punti. Anche le Borse cinesi hanno chiuso la seduta con pesanti perdite: l’indice Composite di Shanghai ha perso il 2,17%, Shenzhen il 2,70%.
Sul fronte valutario, la corsa ai beni rifugio di questi giorni rafforza ulteriormente il dollaro. L’euro chiude la seduta europea a 1,0861 dollari, contro 1,0893 dollari dell’apertura, dopo essere sceso fino a 1,0806. Euro/yena a 125,40 e dollaro/yen a 115,46. La valuta unica si porta praticamente in parità con il franco svizzero, cosa che non accadeva dal 2015. Il rublo tocca nuovi minimi storici: per un dollaro occorrono ora 140 rubli contro i circa 70 di fine anno mentre per un euro ne occorrono 152. Intanto Putin ha firmato un decreto che consente di ripagare in rubli i creditori di obbligazioni in valuta estera: una mossa che fa alzare il costo di protezione dal fallimemento del debito russo. Secondo Bloomberg, che cita i dati di Ice Data services, le probabilità di un default implicite nel costo delle assicurazioni sul debito, i Cds, hanno toccato il livello record dell’80%. I Cds che assicurano 10 milioni di dollari di debito russo per cinque anni costano 5,8 milioni di dollari di commissione iniziale, a cui si aggiungono 100 mila dollari all’anno.
La stessa voglia di investimenti sicuri fa salire il lingotto d’oro con consegna immediata: dopo aver toccato i 2.000 dollari l’oncia, alla chiusura degli scambi europei segna 1.982 dollari l’oncia. Altre materie prime sono però in tensione: il palladio e il rame hanno registrato nuovi record, il nickel registra un rialzo del 40% e il prezzo più alto in 15 anni, oltre i 40.000 dollari alla tonnellata, e l’alluminio si mantiene oltre i 4.000 dollari alla tonnellata. Nuovo record per il prezzo del grano che tocca i 430 euro la tonnellata alla Borsa di Parigi con un +9% rispetto a venerdì.
Tra i dati macroeconomici di giornata, si segnala che gli ordini alle fabbriche in Germania salgono dell’1,8% a gennaio rispetto al mese precedente e contro un atteso +1%. Lo rende noto l’ufficio federale di statistica tedesco Destatis. Su base annua l’aumento è pari al 7,3%. La Cina ha registrato un surplus commerciale di 115,95 miliardi di dollari a gennaio-febbraio, in rialzo sui 99,46 miliardi dell’analogo periodo del 2021 e sui 99,5 miliardi stimati dagli analisti. Secondo l’Ufficio nazionale di statistica, l’export ha avuto per il sedicesimo mese di fila un progresso a doppia cifra (+16,3% annuo  contro il +15% atteso e il +20,9% di dicembre 2021) a 544,7 miliardi, mentre l’import ha segnato un rallentamento a +15,5% (rispetto al +16,5% stimato e al +19,5% di dicembre), 428,75 miliardi.
Lo spread tra Btp e Bund tedesco si attesta, poco mosso, a 160 punti base, con il rendimento del decennale italiano all’1,58% sul mercato secondario.

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