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I dati ufficiali cinesi indicano che nel decennio 2010-2020 la crescita annua della popolazione è stata dello 0,53%, il passo più lento dalla carestia provocata a fine Anni Cinquanta dal «Grande balzo in avanti» di Mao Zedong

Da qualche tempo è tornato un certo interesse per la demografia. Nei decenni scorsi è stata trascurata ma ora ci si rende conto che la sua influenza sulle economie e sul benessere dei cittadini è enorme, che è una forza fondamentale della quale tenere conto. Tanto che i risultati dei censimenti del 2020 in Cina e negli Stati Uniti stanno facendo discutere anche in termini geopolitici: quale dei due Paesi è messo meglio per mantenere nei prossimi decenni un vantaggio demografico, e quindi economico e di dinamicità? I dati ufficiali cinesi indicano che nel decennio 2010-2020 la crescita annua della popolazione è stata dello 0,53%, il passo più lento dalla carestia provocata a fine Anni Cinquanta dal «Grande balzo in avanti» di Mao Zedong. Nel 1990, il numero di nati in Cina era 21 per ogni mille persone; l’anno scorso è stato poco più di otto.
Prima che i dati ufficiali fossero resi noti, con un mese di ritardo probabilmente per l’ insoddisfazione delle autorità sui risultati, si era diffusa la notizia che la popolazione fosse diminuita, sotto il livello di 1,4 miliardi (invece ufficialmente è a 1,41 miliardi): quasi certamente, però, da quest’anno inizierà a calare anche nelle statistiche ufficiali. Fatto sta che le Nazioni Unite proiettano i cinesi a un miliardo a fine secolo, mentre altri studi accademici — l’Ihme-VizHub presso la University of Washington — li prevedono a meno di 800 milioni, per una fertilità attuale di 1,47 figli per donna che si manterrebbe costante fino al 2100. Anche gli Stati Uniti — terzo Paese più popoloso dopo Cina e India — sono in rallentamento demografico: nel periodo 2010-2020 hanno aggiunto il 7,4% di persone, contro il quasi 10% del decennio precedente e il tasso di fertilità è sceso dal 2,1% dei primi anni del secolo a 1,7% tra il 2007 e il 2019, cioè dopo la Grande Recessione, e probabilmente a 1,64% nel 2020. Ma per gli Usa il futuro resta «relativamente brillante», ha notato nei giorni scorsi l’economista Nicholas Eberstadt sulla rivista Foreign Affairs: la popolazione continuerà a crescere fino al 2047 e nel 2050 le persone in età lavorativa saranno il 5% in più di oggi. Una crescita che andrà avanti per un’altra generazione, a differenza che in Cina, in Giappone, in Europa. Un «vantaggio demografico» che non sarà indifferente per economia, benessere e rapporti con le altre potenze.

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