Il vero rischio è che la big lie di Trump, capace di convincere la maggioranza dei repubblicani che la Casa Bianca gli è stata rubata, si trasferisca nel processo elettorale

Intimidazioni e minacce a loro e alle loro famiglie hanno indotto i capi degli uffici elettorali di 50 delle 67 contee della Pennsylvania a lasciare l’incarico. Oltre a rinnovare la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato di Washington, tra dieci giorni, alle elezioni di mid term, gli americani sceglieranno i governatori di 36 Stati e 27 segretari di Stato. Si voterà anche per quasi tutti i parlamenti locali. Governatori e segretari hanno un ruolo cruciare nella supervisione del processo elettorale e nella certificazione dei risultati. I parlamenti statali non hanno voce in capitolo, ma la Corte Suprema ha accettato di esaminare il ricorso dei repubblicani del North Carolina: chiedono che l’ultima parola sull’esito del voto spetti a loro e non alla magistratura. Nelle elezioni dell’8 novembre si giocano due partite. La prima, quella più immediata che giustamente attira il grosso dell’attenzione, riguarda il cambiamento degli equilibri nel Congresso. I democratici dovrebbero perdere il controllo della Camera mentre al Senato, dove Biden sperava di mantenere un piccolo vantaggio, gli ultimi sondaggi dicono che si sta andando a un testa a testa anche per seggi che la sinistra considerava sicuri. La seconda partita, proiettata verso le presidenziali del 2024, è quella dei meccanismi che si stanno creando in vari Stati — con nuove norme, l’elezione di candidati estremisti o colpi di mano locali come i miliziani che si candidano a sostituire scrutatori dimissionari perché minacciati — per interferire nel processo elettorale. Le leggi varate da alcuni Stati conservatori per filtrare maggiormente l’accesso alle urne è solo uno dei nodi.
Il vero rischio è che la big lie di Trump, capace di convincere la maggioranza dei repubblicani che la Casa Bianca gli è stata rubata, si trasferisca nel processo elettorale. Nel 2020 governatori e segretari di Stato repubblicani si rifiutarono di alterare il risultato del voto. Oggi 15 candidati repubblicani alla carica di governatori e 11 aspiranti segretari di Stato considerano, contro ogni evidenza, Biden un usurpatore e non credono nel sistema elettorale americano. Gran parte dei costituzionalisti, compresi quelli conservatori, temono che l’8 novembre possano essere piantati i semi che fra due anni faranno correre all’America il rischio di avere un presidente eletto che non riesce a insediarsi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su