Emerge un patriottismo che non è orgoglio e ricerca della potenza della propria nazione, ma innanzi tutto amore per il proprio Paese

E poi c’è il coraggio. C’è quella cosa di origine la più varia e di forme molteplici che si manifesta improvvisamente quando meno te lo aspetti e in chi meno te lo aspetti che è il coraggio. Sta nel coraggio la vera lezione e certamente la più preziosa, che l’Ucraina oggi dà al mondo. Non è solo l’impavida fermezza del suo presidente. È il coraggio di chi senza aver mai imbracciato un fucile va ad arruolarsi pur sapendo di fare un passo forse decisivo verso la morte ( e sono decine di migliaia); è il coraggio dei ragazzi e delle ragazze che nei parchi cittadini preparano le bottiglie molotov con cui qualcuno di loro correrà domani incontro a un carro armato nelle vie di Kiev o di Odessa; è il coraggio delle madri che da sole si rifugiano oltre confine cariche di figli accettando senza fiatare che i loro mariti e compagni le abbandonino per andare a combattere. È il coraggio dell’anziana signora che affronta un soldato russo armato fino ai denti dicendogli «che ci fai qui, che non è casa tua?». È il coraggio del gruppetto di marinai indifesi i quali, di stanza su un insignificante isolotto del Mar Nero, alla nave russa che gli intima la resa rispondono «fottetevi!» senza sapere la fine che avrebbero fatto.
Da dove viene il coraggio? Da molte parti certamente. Alla fine però, come quasi tutto, da una parte sola: dalle idee e dai valori. Dall’idea che abbiamo di noi stessi e della vita, dal valore che attribuiamo al Paese che ci sta intorno e in cui siamo nati, dall’idea che abbiamo della sua storia, di quanto è accaduto prima di noi a coloro di cui siamo i figli e i nipoti. Dal peso e dal significato che diamo a ognuna di queste cose.
E infatti dietro l’esempio di coraggio che oggi stanno dando l’Ucraina e la sua gente è facile indovinare un senso fortissimo di dignità personale e di appartenenza collettiva, si sente risuonare di un suono chiarissimo l’idea che vi sono cause per cui la vita può essere sacrificata nonché la convinzione che non deve essere tollerata la prepotenza di chi vuole imporci la sua volontà. Tutto questo, infine, amalgamato, per così dire temprato e portato a una temperatura altissima, dalla fiamma del patriottismo. Che non è l’orgoglio e la ricerca della potenza della propria nazione. È innanzi tutto l’amore per il proprio Paese, per la sua storia e i suoi costumi, e insieme il desiderio di vivervi da liberi, liberi di deciderne le sorti condividendole con gli altri che parlano la nostra stessa lingua ma con i quali siamo capaci d’intenderci senza bisogno di parole bensì con uno sguardo, con un semplice cenno del capo. È dal patriottismo, da questo alto e pur elementare sentimento del vivere e delle virtù civili, da questo legame che tiene insieme le società umane, che nasce il coraggio odierno degli ucraini.
Un coraggio che ci riguarda. Che — se non vogliamo nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi — oggi interpella tutti noi, abitanti del pacifico e soddisfatto Occidente democratico. Che ne è del patriottismo nelle nostre società? Saremmo ad esempio noi italiani mai capaci, con la medesima abnegazione, con la medesima unanimità e unità d’intenti, di fare qualcosa di simile a quanto vediamo accadere a Kiev o a Mariupol? Risponda ognuno per sé. Ma se la risposta è dubitativa o addirittura un no, allora bisognerebbe chiedersi anche perché. Chiedersi ad esempio se il nostro discorso pubblico — al di là dell’algida e vuota ritualità di ogni cerimonia ufficiale — mostri di apprezzare realmente i valori che si accompagnano al patriottismo, se i protagonisti della nostra vita politica mostrino qualche coerenza personale rispetto a quei valori. Chiedersi, ad esempio, se questi valori medesimi, viceversa, non siano abitualmente circondati, specie nell’ambiente intellettuale e dei media, da un’ironica condiscendenza che li dipinge come qualcosa ormai fuori dal tempo. Chiedersi ancora, ad esempio, se dal nostro sistema d’istruzione i giovani italiani — ormai ridotti a non sapere quasi più nulla della storia del loro Paese — possano mai trarre qualche insegnamento che riguardi un sentimento di comune appartenenza a qualcosa.
I tempi che stiamo vivendo mostrano come possano mutare repentinamente i fatti, le idee e gli scenari che credevamo i più certi e consolidati. Quanto possa rivelarsi fragile, possa essere spazzato via in una settimana, tutto ciò che avevamo creduto fino a ieri. Molte cose di oggi insomma sono destinate a non durare più. Ma del coraggio e di ciò che lo alimenta è difficile che non ci sia più bisogno. «Alla fine — si legge nella pagina di un grande e inquietante libro, Il tramonto dell’Occidente — la difesa della civiltà è sempre dipesa da un drappello di uomini armati». Parole che valgono quanto valgono le profezie: ma se davvero fosse così, come faranno quegli uomini se non avranno coraggio, se il loro animo sarà piegato dalla paura?

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