boris johnson

A chi passerà il timone dopo le dimissioni la premier affondata dai mercati? C’è anche la ministra Penny Mordaunt. Ma Johnson resta il vero jolly

La «bomba a mano umana», era il soprannome affibbiato a Liz Truss: e dunque la deflagrazione era solo una questione di tempo. «Quanto di più vicino ci sia a Westminster a una matta totale», andava dicendo di lei il venefico Dominic Cummings, l’ex Rasputin di Boris Johnson. «Allacciate le cinture», aveva titolato in prima pagina lo Spectator alla sua nomina: e stiamo parlando di una rivista iper-conservatrice.
Insomma, non è che non ci avessero avvertito. Eppure, vedere una premier britannica squagliarsi nel giro di soli 44 giorni lascia ancora una certa impressione. E sono stati 44 giorni sull’ottovolante (anzi, anche un po’ di meno, se si tiene conto della pausa per lutto nazionale dovuta alla morte della regina).
Liz Truss era stata eletta leader del partito conservatore il 5 settembre e aveva ricevuto l’incarico di formare il governo il giorno dopo da Elisabetta (l’ultimo atto pubblico della sovrana). Ma già due giorni dopo, l’8 settembre, aveva compiuto la prima giravolta, annunciando un piano di sostegno contro il caro-energia da 150 miliardi di sterline (lei che durante la campagna per farsi eleggere si era scagliata contro i «sussidi a pioggia»).
Era ancora in Parlamento a vedere le reazioni al suo piano quando è stata raggiunta da un bigliettino che la informava dell’imminente decesso della regina: la sua premiership è finita così in pausa, per due settimane, ancora prima di cominciare davvero.
Alla ripresa, il 23 settembre, Liz ha però scatenato i suoi istinti da turbo-liberista: e ha fatto annunciare al suo Cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng, tagli alle tasse per 45 miliardi, interamente finanziati a debito. Risultato: i mercati sono piombati nel panico, la sterlina è crollata ai minimi storici e gli interessi sui bond governativi hanno superato quelli di Grecia e Italia. Tanto che la Banca d’Inghilterra è stata costretta a un intervento di emergenza, di fronte a quello che ha definito un «rischio materiale» alla stabilità finanziaria della Gran Bretagna.
Per un governo conservatore, affossare l’economia è stata un risultato senza precedenti: frutto della hybris di chi, come Liz Truss, pensava che l’ideologia potesse averla vinta sulla realtà, laddove la realtà è quella di un Paese che non può permettersi di giocare al sovranismo fiscale.
Da qui l’umiliante marcia indietro, cristallizzata nella cacciata di Kwasi Kwarteng, sostituito dal «responsabile» Jeremy Hunt: il quale ha subito cestinato l’intera manovra fiscale emblema della «Trussonomics». Ma così facendo, ha inevitabilmente cestinato anche la premier, che su quella manovra ci aveva messo la faccia. Le dimissioni, mercoledì, della ministra dell’Interno, Suella Braverman, e il caos in Parlamento per una votazione sul fracking, hanno suggellato il destino di Liz Truss. Chi verrà adesso dopo di lei? Il favorito è Rishi Sunak, l’ex Cancelliere dello Scacchiere che era stato sconfitto a settembre nella volata finale per la premiership: lui aveva messo in guardia fin dal primo momento dai rischi dell’azzardo fiscale di Liz Truss e può presentarsi come il candidato in grado di restituire credibilità al governo britannico. Ma Sunak non è amato dalla destra del partito, che gli rinfaccia il ruolo nella cacciata di Boris Johnson.
Una personalità «unitaria» può essere allora Penny Mordaunt, la ministra per i Rapporti col Parlamento: lei gode di ampia popolarità e sposa il liberalismo sui temi sociali con la fedeltà alla Brexit. Quello che le si rimprovera, però, è una certa leggerezza: in passato aveva perfino partecipato a un reality tv di tuffi dal trampolino.
E allora il vero jolly è sempre lui, Boris Johnson, che ieri ha interrotto le vacanze ai Caraibi per precipitarsi a Londra. Dopotutto, quando aveva lasciato Downing Street, aveva gettato più di un indizio sul suo ritorno, dalle citazioni di Terminator a quelle di Cincinnato. Ma Boris è un personaggio che divide: per i sostenitori è l’unico che può risollevare le sorti dei conservatori (dopotutto tre anni fa era stato eletto a valanga), per i detrattori la sua nomina sarebbe una buona ragione per abbandonare il partito. La giostra londinese non è ancora arrivata all’ultimo giro.

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