Guerra Ucraina

Quello caduto lo scorso 28 aprile, durante la visita del segretario generale Onu António Guterres a Kiev, vicino al vicino parco del memoriale dedicato a uno dei massacri più feroci della Seconda guerra mondiale, la gola di Babi Yar

«La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre» scrisse Bertolt Brecht. Vira Hyrych aveva 55 anni e lavorava per il ramo ucraino di Radio Free Europe, l’emittente in origine finanziata dal Congresso americano attraverso la Cia che dal 1950 fu l’avanguardia a onde corte della guerra psicologica dell’Occidente contro l’Unione Sovietica. Il missile che lo scorso 28 aprile, durante la visita del segretario generale Onu António Guterres a Kiev, ha aggiunto Vira alle vittime dell’aggressione russa ha seguito la stessa traiettoria delle bombe che a inizio marzo avevano centrato la torre della tv e colpito il vicino parco del memoriale dedicato a uno dei massacri più feroci della Seconda guerra mondiale.
Anno 1941, in quest’area oggi residenziale correva il burrone che sarebbe diventato la fossa comune più grande d’Europa. Nella convocazione del 28 settembre si ordinava agli ebrei rimasti in città di portare con sé documenti e abiti pesanti ma nei due giorni seguenti sulla gola di Babi Yar nazisti e ausiliari ucraini uccisero con fucili e mitragliatrici oltre 33 mila persone che per un istante avevano creduto di poter essere risparmiate. Il numero delle vittime abbandonate nel fossato nel corso dell’occupazione tedesca sarebbe arrivato a 150 mila, tra loro rom, nazionalisti, prigionieri di guerra.
Siamo a ridosso del fiume Dnepr, nel quartiere che ora porta il nome del poeta padre della lingua ucraina Taras Shevchenko e che comprende quella Piazza Indipendenza cuore della rivoluzione arancione del 2004 e della violenta rivolta del 2014, per tutti ormai la Majdan. In linea d’aria a una ventina di chilometri dall’aeroporto militare di Hostomel, da Irpin, Bucha: la cintura a nord-ovest di Kiev dove ad aprile la ritirata dei russi mandati a «denazificare» il Paese non più fratello ha lasciato la devastazione fissata nelle immagini dei corpi in strada, i documenti sul selciato, la terra smossa su altri precipizi. Geografie della guerra che non finisce.

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