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Il presidente è sempre più lontano dal suo Paese e perfino dai suoi collaboratori. E persegue la missione di riunificare la «nazione divisa» dei russi e «proteggere la civiltà russa dai pericoli di forze esterne», in particolare quelli provenienti da Occidente

Bisogna andare oltre il discorso, storicamente confuso e politicamente poco razionale, col quale Vladimir Putin ha bruciato gli ultimi ponti con la comunità internazionale, annunciando il riconoscimento delle due Repubbliche secessioniste ucraine, per tentare di capire cosa vi sia nella testa del presidente russo e quali potrebbero esserne le prossime mosse.
Putin ha concentrato due decenni di rancore e recriminazioni in un intervento a braccio di meno di un’ora, denso di collera glaciale, sospiri, minacce appena velate. Ma per coglierne il senso profondo, occorre risalire a due momenti fatali della sua lunga parabola del potere. Il primo è nel dicembre 2012, quando nella scintillante Sala di San Giorgio al Cremlino, egli giurò per il terzo mandato presidenziale. Nel discorso inaugurale, Putin fece un riferimento in apparenza oscuro ai più: «Chi assumerà la guida e chi rimarrà ai margini, perdendo inevitabilmente la propria indipendenza, dipenderà non tanto dal potenziale economico ma dalla volontà di ogni nazione, dalla sua energia interna, quella che Lev Gumilëv chiamava passionarnost, la capacità di avanzare e accettare il cambiamento». Chi sapeva prese subito nota. Gumilëv fu un filosofo perseguitato da Stalin, che lo tenne per 14 anni in un campo di prigionia in Siberia. I suoi genitori erano una celeberrima coppia di poeti russi, Nikolaj Gumilëv e la grande Anna Achmatova, che alle sofferenze del figlio nel gulag dedicò il suo «Requiem». Passionarnost è una parola di difficile significato, anche più complesso di quello datone da Putin: allude, infatti, alla crocefissione e indica la «capacità di soffrire», quella che il presidente russo reclama dal suo popolo. Ma Gumilëv fu anche sostenitore dell’Eurasia, che ha ispirato a Putin la creazione dell’Unione eurasiatica, il fallimentare progetto politico che nelle ambizioni iniziali avrebbe dovuto più o meno coincidere con i confini dell’Urss.
L’altro momento topico risale al 2014, l’anno dell’annessione della Crimea, che Putin giustificò invocando il russkij mir, il mondo russo, di cui il concetto di Novorossia è l’equivalente geopolitico. Auto-investendosi della missione di riunificarlo, egli parlò della «nazione divisa» dei russi e della necessità di «proteggere la civiltà russa dai pericoli di forze esterne», in particolare quelli provenienti da Occidente. L’idea di «mondo russo» relativizza i confini di Stato, quelli con la Bielorussia e l’Ucraina, in primo luogo, sottolineando il ruolo di «campione» delle popolazioni russofone proprio della madre Russia e il diritto a esercitarlo.
Passionarnost e russkij mir sono cruciali per decifrare i comportamenti di Putin. Il quale, dopo due decenni al potere e alle soglie dei settant’anni, con una salute diventata segreto di Stato e sicuramente non al top come tradisce il suo gonfiore, forse sta pensando al suo lascito. Di certo è sempre più compenetrato nella sua missione. L’isolamento fisico e mentale imposto dalla pandemia, la sua vita in una bolla degli ultimi due anni ne hanno accentuato la lontananza sia dal Paese che dai suoi stessi collaboratori, i quali o lo vedono da distanze imbarazzanti, com’è successo lunedì con il Consiglio di Sicurezza, ovvero devono sottoporsi a lunghe quarantene preventive. «Putin decide sempre più da solo, nessuno può dire più chi sia il consigliere più influente, né cosa ci sia nella sua testa», spiega Fëdor Lukyanov, direttore di Russia in Global Affair. C’è una parola russa per questo tipo di sistema e risale ai tempi dello Zar, quando il sovrano non era vincolato ad alcuna regola: samoderzhavie, qualcosa di molto simile ad autocrazia. «Se si consiglia con qualcuno, allora lo fa con Dio — dice senza celia Dmitrij Trenin del Carnegie Moscow Center — basta guardare le foto di Natale nella sua cappella, da solo, in colloquio con l’Altissimo. Putin si vede come moderno monarca».
Ma prima di formulare quali siano le possibili prossime mosse, c’è un corollario al binomio passionarnost-russkij mir, ugualmente decisivo, che occorre tener presente. L’ha ben spiegato a Viviana Mazza l’ex ambasciatore americano a Mosca, Michael McFaul: «La più grande paura di Putin è un’Europa democratica e fiorente che includa l’Ucraina perché smonta la tesi con cui cerca di legittimare il suo regime autocratico davanti al popolo russo. Se sono slavi e si tratta di popoli che non sono altri, come può sostenere che la Russia abbia bisogno di uno zar e di uno Stato forte per via della sua cultura e avere accanto un Paese che condivide la sua Storia ma è una democrazia funzionante?».
Ipotizzare cosa farà Putin, ora che la maschera dell’ipocrisia è caduta e i suoi soldati «proteggono» boots on the ground Lugansk e Donetsk, rimane un azzardo. Potrebbe accontentarsi di questa mini-annessione di fatto e di quella strisciante in corso in Bielorussia, dove non ha alcuna intenzione di riportare a casa le truppe dopo le esercitazioni. E presentarlo come il più grande successo geopolitico degli ultimi 30 anni. Ovvero, come ha spesso fatto, prendere tempo e continuare a testare i limiti della pazienza occidentale, tenendo sempre in pectore il grande bersaglio, l’Ucraina, il gioiello mancante all’unificazione definitiva del russkij mir. In entrambi i casi, è una deriva che i Paesi occidentali non possono più consentire. Anche perché ciò di cui Putin non sembra affatto rendersi conto è di muoversi in una logica ottocentesca, fatta di nazionalismo, aree di influenza ed evocazione di «bagni di sangue»: «Usa metodi da XIX secolo nel XXI», disse una volta di lui Angela Merkel, probabilmente la leader che sta mancando all’Europa in questa crisi. La sindrome dei sonnambuli, che scivolarono ignari verso la Grande Guerra, è un pericolo vivo e presente.

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