Giorno della memoria

La riunione, voluta da Adolf Eichmann, durò 90 minuti

Quando arrivano amici dall’Italia a Berlino, li conduco alla villa dove si tenne la Wannsee Konferenz indetta da Adolf Eichmann per organizzare lo sterminio di sei milioni di ebrei. In primavera il luogo è idilliaco, proprio sul lago, il Wannsee, e il contrasto è insopportabile. La villa, è circondata da un parco di tre ettari, su un lato fiorisce un roseto, dalle ampie vetrate si scorgono le barche a vela, e i battelli bianchi dei turisti. È uno dei luoghi della memoria, dove ricordare e capire la Shoah.
Il salone, dove intorno a un lungo tavolo ovale si trovarono i 15 partecipanti, era rimasto com’era, con gli arazzi del vecchio proprietario, i mobili massicci del tempo. Nelle altre stanze al pianterreno, dove si trovava la cucina, erano esposte foto degli eccidi, con lunghe notizie. Purtroppo, di recente, il direttore responsabile ha voluto cambiare e cancellare, per allestire una mostra virtuale, ed ha distrutto la realtà. Un peccato.
Dopo la visita, si va a pranzo nel ristorante vicino alla villa, con i tavolini quasi a pelo d’acqua. Ma la conferenza si svolse in inverno, esattamente 80 anni fa, il 20 gennaio del 1942. Era tutto già deciso, l’incontro avvenne per ordine di Reinhard Heydrich, e Eichmann fu il perfetto organizzatore. Gli ebrei venivano trucidati ovunque dove giungevano le truppe del Reich, ma non in modo scientifico. Non tutti sul Wannsee furono d’accordo, perché non volevano in piena guerra perdere tempo con gli ebrei, si potevano eliminare con più calma dopo la vittoria.
L’incontro durò 90 minuti, quanto una partita di calcio, e quanto dura il documentario che verrà trasmesso il 24 gennaio dallo Zdf, il secondo canale pubblico (si vede già in Mediathek). E quanto durano i due film precedenti, uno del 1984 di Heinz Schirk, e il secondo del 2001 di Frank Pierson, con Kenneth Branagh nel ruolo di Heydrich e Stanley Tucci come Eichmann. I due attori sono bravissimi ma fisicamente molto diversi. Non importa.
Nelle ricostruzioni si trascura la storia della villa, che invece va raccontata. Nel film con Branagh, uno dei partecipanti chiede: dove ci troviamo? Era la villa di un ebreo, gli rispondono, ma non è vero. Apparteneva a Friedrich Minoux (1877-1945). Figlio di un sarto, rimase orfano a 15 anni, riuscì a studiare, fu assunto da Hugo Stinnes, il magnate del carbone e dell’acciaio, divenne il suo braccio destro, pagato 350mila Goldmark l’anno, marchi in oro, che valevano sempre più durante l’inflazione.
Nel 1923 fu contattato da Adolf Hitler, alla vigilia del putsch di Monaco, per formare il nuovo governo. Minoux propose il banchiere Max Warburg come ministro delle finanze. Un ebreo? si scandalizzò Hitler. Che importa se è il più bravo, rispose Minoux, e il rapporto finì.
Minoux non fu antinazista né nazista, aveva il talento di far soldi. Comprò la villa, che segnò la sua fine. Aveva sempre rifiutato di sovvenzionare il partito, e aiutò alcuni amici ebrei. Heydrich per impadronirsi della villa lo fece condannare per truffa nel ’40. Minoux fu liberato dai russi, morí nell’ottobre del ’45 a causa della fame patita in cella.
La villa rischiò di andare in rovina, fu un’impresa tramutarla in luogo della memoria, grazie allo storico Joseph Wulf. Nato nel 1912 a Cracovia, era figlio di un ricco commerciante ebreo. Quando giunsero i nazisti, entrò in un gruppo di partigiani, scoperto e torturato nel ’43, venne deportato a Auschwitz, da cui riuscì a fuggire nel ’45. Per Wulf la villa era uno dei luoghi centrali per la storia degli ebrei in Europa, un Denkmal der Schande, un monumento della vergogna, ma nel dopoguerra i tedeschi volevano dimenticare.
Nel 1966, Willy Brandt, sindaco di Berlino, era favorevole a creare nella villa un centro di documentazione, ma subito dopo lasciò la città divisa per presentarsi candidato Cancelliere (fu eletto nel ?69). Il suo successore, il socialdemocratico Klaus Schutz, si oppose: il progetto avrebbe potuto aizzare l’antisemitismo. Meglio dimenticare. Nel ’73, morì la moglie di Wulf. Lui, depresso e deluso dal fallimento, si uccise l’anno dopo. Il museo fu aperto nella villa il 30 gennaio del ’92. La biblioteca porta oggi il suo nome.

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