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Sono state adottate, contro molti Paesi, fin dagli anni Quaranta del secolo scorso. Ma sulla loro efficacia non tutti sono d’accordo. Soprattutto quando sono applicate a nazioni grandi e potenti come la Russia

Sono i re delle sanzioni. Che alla Casa Bianca ci sia un Presidente democratico o repubblicano, Joe Biden o Donald Trump, Bill Clinton o George W. Bush. Che nel mirino siano Iran o Libia, Sudan o Myanmar, Cuba, Siria, Cina, Venezuela. O la Russia. Gli Stati Uniti sono diventati sempre più una superpotenza dotata, oltre che di arsenali bellici senza pari, di strali economici e finanziari al servizio della politica estera. Armi che sono adesso considerate le più affilate anche nel duro confronto con Mosca sul dramma dell’Ucraina: sanzioni, coordinate con gli alleati, brandite quale deterrente per fermare in extremis una marcia su Kiev. O, in caso di invasione, imposte come punizione per far pagare a Vladimir Putin costi insostenibili.

Un’arma con fautori e detrattori
Ma le drastiche misure in preparazione – provvedimenti di alto profilo su banche e finanza, energia e tecnologia – sono in realtà una partita incerta e ad alto rischio: in gioco è come non mai l’efficacia di uno strumento dalla storia contrastata in termini di esiti e ostaggio di ostacoli fuori e dentro i confini americani. Testimone ne è l’acceso dibattito nel mondo politico, accademico e dell’intelligence statunitense ancora alla vigilia del loro possibile utilizzo. Fautori quali l’esperto di sicurezza nazionale alla Brookings Institution Michael O’Hanlon, ex consulente di Pentagono e Cia e autore di “The Art of War in an Age of Peace”, sottolineano come le pur più modeste sanzioni scattate contro il Cremlino per l’annessione della Crimea nel 2014 «abbiano contribuito alla frenata del Pil russo a medie dell’1% nell’ultimo decennio, un risultato nell’insieme incoraggiante» e di buon auspicio.
Altri sono meno convinti. Avvertono che proprio l’esperienza della Crimea – con azioni contro 775 tra persone e entità russe – mostra i limiti comuni a troppe simili strategie: non hanno cambiato il corso di Mosca. È una tesi sposata da Nicholas Mulder, fresco della pubblicazione di “The Economic Weapon: “The Rise of Sanctions as a Tool of Modern War”. In interviste e articoli ha citato il passato “misto” delle sanzioni nel prevenire guerre e aggressioni invocando piuttosto modelli particolari di regimi sanzionatori, caratterizzati da incentivi: l’esempio usato è l’Iran, dove l’amministrazione di Barack Obama strappò concessioni in cambio dell’eliminazione di sanzioni. Al centro del rebus pone la difficoltà di calibrarle: troppo deboli e sono vuote, troppo forti e si fanno impraticabili e poco credibili. Il manuale del think tank Council on Foreign Relations da parte sua prescrive un approccio complessivo, che combini azioni punitive e incentivi e sia flessibile, con obiettivi raggiungibili e sostegno multilaterale.

Problemi anche sul “fronte” domestico
E incognite su unità di intenti non mancano neppure sul “fronte” domestico: il Congresso Usa non ha saputo varare una promessa legge-madre di tutti i regimi sanzionatori a supporto della Casa Bianca, arenata su polemiche tra democratici e repubblicani. I primi chiedevano provvedimenti anzitutto in caso di invasione dell’Ucraina, i secondi fin da subito. Ne è uscita una semplice risoluzione di condanna del Cremlino e assicurazioni che il Presidente può sfoderare sanzioni, senza bisogno del Congresso, grazie a poteri d’emergenza.
Lo stesso Biden, in un’ammissione di sfide interne da superare, ha ammonito il Paese che le sanzioni non saranno «indolori». In gioco sono prezzi dell’energia e forniture di materiali chiave quali titanio (per Boeing) e palladio (per l’auto). Oltre 1.100 aziende Usa hanno fornitori diretti in Russia.

La protezione anti-sanzioni di “Fortezza Russia”
Non basta. L’impatto su Mosca, temono alcuni analisti, potrebbe essere parzialmente attutito dalla strategia di “Fortezza Russia” seguita da Putin dopo la presa della Crimea per proteggere Mosca da sanzioni. E inanellano i dati: indebitamento estero ridotto a 478 miliardi da 733, rapporto debito/Pil al 18%, riserve in oro e valute pregiate quasi raddoppiate a 630 miliardi, rapporti con la Cina intensificati con un interscambio che supera i cento miliardi l’anno. Senza contare un sistema domestico per le transazioni finanziarie, pur con limitato raggio d’azione internazionale.
Nuove sanzioni potrebbero far leva su importanti punti di forza: tra questi l’hi-tech, i chip per i quali Mosca dipende dall’estero e necessari a progressi strategici dall’aerospazio all’intelligenza artificiale. Sempre che, ha avvertito Jeffrey Schott del Peterson Institute, un blocco sia ampio e condiviso dall’Europa all’Asia.
Soprattutto, però, questo non cancella la lunga parabola delle sanzioni, che invita alla sobrietà. Coltivate, nella versione moderna, dall’Europa quale deterrente all’indomani della Prima Guerra mondiale, gli Usa ne hanno assunto la leadership dagli anni Quaranta e oggi hanno più d’una ventina di programmi attivi.

Efficacia ridotta tra il 5% e il 30%
Nel post 11 settembre 2001 l’avversione a nuove guerre li ha ulteriormente invigoriti, con un’evoluzione verso target precisi – le “smart sanctions”. Alcuni studi hanno tuttavia suggerito che solo tra il 5% e il 30% delle sanzioni porta i cambiamenti desiderati. Percentuali alle quali oggi si aggrappano le speranze di mettere a tacere i tamburi di guerra ai confini dell’Ucraina.

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