Il ricordo di Saman Abbas meriterebbe una dedica pubblica, istituzionale, civile. Perché il suo nome non sia soltanto quello narrato dalla cronaca

Una via, un centro culturale, una borsa di studio… Qualcosa che racconti un po’ di lei. Se lo meriterebbe, Saman. Quella ragazza con la fascia rossa fra i capelli è entrata nelle nostre vite quando il suo nome era già cronaca nera e il suo cuore non batteva già più. Non c’era più niente che si potesse fare per aiutarla. Ma la sua storia, quella no: per tenere accesa la memoria su quella storia — per lei e per le altre Saman d’Italia e del mondo — non è troppo tardi.
Quindi sì: il ricordo di Saman Abbas meriterebbe una dedica pubblica, istituzionale, civile. Perché il suo nome non sia soltanto quello narrato dalla cronaca, e cioè la «ragazza pachistana uccisa per aver osato ribellarsi alla famiglia che voleva per lei un matrimonio combinato». Dedichiamole un po’ più di questo, facciamo in modo che la sua ribellione sia esempio di coraggio e germoglio di libertà.
Diamo voce, forma e memoria al suo messaggio: vietato piegare la testa davanti alla barbarie, all’oppressione, all’oscurantismo. Vietato vietare l’amore in nome di precetti aberranti. E tutto questo indipendentemente dal fatto che siano proprio i suoi resti quelli ritrovati in un sacco nero due giorni fa. Gli inquirenti sono convinti che sia lei e presto le analisi scientifiche ci diranno se è vero. Ma il punto è tenere in vita ciò che lei è stata per noi tutti da quando abbiamo saputo della sua esistenza, il primo maggio del 2021. Abbiamo saputo di quella diciottenne innamorata di Saqib che la sua famiglia non voleva, dei maltrattamenti subiti perché si ostinava a voler essere libera, del matrimonio che i suoi avevano fissato con un cugino in Pakistan, dei suoi no, no e poi no.
Abbiamo visto i filmati che la riprendono la sera del 30 aprile mentre, accanto a sua madre e suo padre (poi fuggiti in Pakistan), andava probabilmente incontro alla morte. Aveva paura di loro, Saman. Temeva il peggio, sapeva di essere in pericolo, e chissà che cosa le avranno raccontato per convincerla a seguirli… Suo padre, intercettato, ha detto a un parente che vive in Italia: «L’ho uccisa io, per la mia dignità e il mio onore». L’hanno arrestato, pochi giorni fa e in precedenza erano finiti in carcere come suoi complici anche uno zio e due cugini di Saman. Resta libera e ricercata soltanto sua madre e per lei vale più che mai il messaggio fin qui inascoltato: libertà è autodeterminazione.

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