Come si vota, per cosa si vota, quali sono i temi e chi sono i protagonisti

Due cose fondamentali verranno decise dalle elezioni di midterm americane dell’8 novembre. Primo, la maggioranza al Congresso, e quindi la possibilità per il presidente Biden di continuare a realizzare la sua agenda legislativa, e fare nomine cruciali come quelle dei giudici e gli ambasciatori. Secondo, il posizionamento per le presidenziali del 2024, perché se vinceranno i candidati sostenuti da Trump la sua ambizione a ripresentarsi verrà rafforzata, mentre a livello locale avrà alleati più disposti a soddisfare le sue richieste di rovesciare l’esito del voto popolare, come aveva cercato già di fare senza successo due anni fa. A giudicare dai sondaggi, i repubblicani sono in ottima posizione per centrare entrambi gli obiettivi.
Secondo il sito FiveThirtyEight di Nate Silver, il Gop ha il 55% di possibilità di riprendere la guida del Senato, contro il 45% dei democratici. Questo perché nelle ultime settimane i candidati repubblicani hanno recuperato parecchio terreno, annullando o riducendo il vantaggio degli avversari in stati come Pennsylvania, Georgia, Nevada e Arizona. Secondo il Cook Political Report, tre seggi tenuti ora dai democratici sono a rischio, ossia quelli di Kelly in Arizona, Warnock in Georgia e Cortez Masto in Nevada. I repubblicani invece rischiano in Wisconsin con il senatore Johnson, e nel seggio senza “incumbent” della Pennsylvania, dove però il loro candidato Oz ha quasi cancellato, e secondo alcuni sondaggi già ribaltato, il vantaggio del rivale Fetterman. Riprendendo il Senato, il Gop potrebbe bocciare qualunque nomina fatta da Biden che abbia bisogno della conferma parlamentare, partendo dai giudici.
La Camera invece sembra già andata. I repubblicani hanno un vantaggio netto nei sondaggi, e quindi è altamente possibile che il loro leader Kevin McCarthy prenda il posto della Speaker Pelosi. Questo significa che l’agenda legislativa dei democratici (in America vige un bicameralismo quasi perfetto) sarà paralizzata, mentre diventa molto probabile che il Gop lanci inchieste congressuali contro Biden, che potrebbero anche portare al suo impeachment.
Le elezioni statali poi sono cruciali, non solo perché decideranno i governatori, ma anche perché assegneranno una serie di poltrone da cui si controlla la macchina elettorale, tipo quelle dei segretari di Stato. Nel 2020 alcuni di questi funzionari si erano opposti alle richieste di Trump di rovesciare a suo favore il risultato, anche se erano repubblicani. Dopo il midterm di martedì prossimo, Donald avrà molti più alleati disposti a violare le regole democratiche pur di riportarlo alla Casa Bianca.
Questo scivolamento dell’elettorato verso i repubblicani è avvenuto principalmente per due motivi. Primo, l’inflazione sopra l’8% ha allontanato molti elettori dal governo in carica; secondo, i temi su cui puntavano i democratici per frenare la slavina, come la sentenza della Corte Suprema contro l’aborto, non sembrano avere motivato abbastanza elettori a rigettare il Gop.
Le elezioni di “metà mandato” si tengono appunto a metà dell’incarico presidenziale, due anni dopo l’insediamento: e per questo sono considerate una sorta di giudizio sulle politiche e sull’agenda del governo in carica. L’8 novembre circa 168 milioni di americani saranno chiamati alle urne (anche se molti, seguendo regole diverse a seconda degli stati, avranno già usufruito del cosiddetto “voto anticipato”, per posta o di persona in seggi appositamente aperti). Gli elettori votano per rinnovare completamente i 435 seggi della Camera (dove i membri restano in carica 2 anni) e un terzo del Senato (dove la carica dura invece 6 anni): ovvero 35 membri. Il Senato è formato da due senatori per stato, per un totale di 100.
Attualmente la maggioranza è in mano dem, ma di misura. Quando necessario, ai 50 senatori del partito dell’asinello si è aggiunto quello della vicepresidente Kamala Harris, che lo presiede con diritto di voto. I rappresentanti della Camera sono invece eletti in numero proporzionale alla popolazione dei diversi collegi elettorali. Un calcolo da tempo messo in discussione perché basato sul controverso sistema detto “gerrymandering” – dal nome del governatore del Massachusetts Elbridge Gerry che lo adottò a inizio Ottocento – per cui i confini dei collegi sono spesso disegnati in maniera arbitraria e tortuosa da chi governa lo stato, per avvantaggiare determinati candidati. Attualmente la camera conta 221 democratici, 212 repubblicani e ha due seggi vacanti (dovuti alla morte della repubblicana dell’Indiana Jackie Walorski e alle dimissioni del dem Charlie Crist che corre in Florida per la carica di governatore). Sì, perché l’8 novembre si vota pure per rinnovare le cariche di governatore in 36 stati, numerosi sindaci e altri incarichi statali.
Storicamente, nel voto di midterm, il partito del presidente perde: in media circa 29 seggi. I sondaggi già dicono che i dem saranno sconfitti alla Camera. Per il Senato sarà testa a testa in almeno 6 stati: Pennsylvania, Ohio, Arizona, Wisconsin, Georgia e Nevada. Complessivamente i democratici devono difendere 14 seggi, i repubblicani 21. Se questi ultimi vinceranno bloccheranno certamente l’agenda del presidente in carica Joe Biden e c’è chi dice che tenteranno addirittura di metterlo sotto impeachment usando come scusa il disastroso ritiro dall’Afghanistan, o anche la complessa situazione degli immigrati al confine meridionale. Biden sarà comunque in difficoltà anche se perde “solo” la Camera: i deputati potranno ugualmente bloccare buona parte del suo programma, costringendolo nella posizione della “lame duck”, l’anatra zoppa.
Vincere le elezioni di midterm è storicamente difficile per il partito del capo della Casa Bianca, perché gli elettori in genere vogliono punirlo dopo due anni di governo o comunque riequilibrare i poteri, ma diventa quasi impossibile quando hai l’inflazione sopra l’8% e la gente fatica a mettere il cibo sulla tavola o riempire il serbatoio dell’auto. Qualche giorno fa, durante un comizio a Los Angeles, il senatore Sanders ha difeso così i democratici: ««I repubblicani parlano tanto di inflazione, ma mi spiegate come fa Biden ad essere responsabile dell’aumento dei prezzi del 10% in Gran Bretagna? E come posso essere io colpevole dell’inflazione all’11% in Europa? In realtà è un fenomeno globale, provocato dal Covid, dalla crisi della supply chain, e dall’orrenda guerra scatenata da Putin in Ucraina. Intanto però i Ceo delle aziende americane guadagnano 400 volte più dei dipendenti, i profitti della Exxon sono aumentati del 280% nel secondo trimestre dell’anno, e lo stesso vale per le aziende alimentari. Sfruttano la crisi per sfamare la loro avidità». In effetti la colpa dovrebbe ricadere di più sulla Federal Reserve, che ha il mandato di tenere bassi i prezzi, ma ha prima sottovalutato l’inflazione giudicandola un fenomeno passeggero, e ora rischia di spingere gli Usa verso la recessione con una risposta esagerata. Ma convincere gli elettori che il governo non ha responsabilità è impossibile, anche perché alcuni economisti democratici come Larry Summers hanno puntato il dito contro i sussidi troppo generosi elargiti in risposta al Covid, e così l’aumento dei prezzi ha finito per scavalcare l’aborto come tema che infuoca e mobilita gli elettori.
Da quando lo scorso giugno la Corte Suprema ha annullato la sentenza Roe vs. Wade che dal 1973 garantiva il diritto federale ad interrompere la gravidanza, già 13 stati hanno di fatto reso impossibile ricorrere all’aborto (Alabama, Arkansas, Idaho, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, Oklahoma, South Dakota, Tennessee, Texas, West Virginia e Wisconsin). E in almeno altri cinque (Arizona, Georgia, Florida, Utah, Carolina del Nord) è fortemente limitato, spesso consentendo la procedura solo fino al rilevamento dell’attività cardiaca fetale, intorno alle sei settimane di gravidanza – quando, cioè, spesso le donne non sanno nemmeno di essere incinte. Anche per questo in stati chiave come Pennsylvania e Kansas il numero di donne che si sono iscritte al voto è aumentato al punto di parlare di vera “Pink Wave”, onda rosa. E anche molti elettori repubblicani si sono detti contrari all’inasprimento delle regole. Dopo l’estate il sostegno  (o l’opposizione) all’aborto motiva però meno gli elettori: solo il 13 per cento e soprattutto fra chi già votava democratico (il 56 per cento). Con l’avvicinarsi del voto molti strateghi dicono perfino che i candidati dem si sono concentrati troppo sul tema, dimenticando quello ben più caldo dell’economia, finendo per perdere terreno. Rispondendo a un recente sondaggio Usa Today/Suffolk University, alla domanda cosa fosse più importante, inflazione o l’aborto, gli intervistati hanno largamente optato per il primo nel 31 per cento dei casi.
Il crimine è certamente aumentato nel 2020, nel pieno del lockdown, quando gli omicidi sono saliti del 30 per cento e le aggressioni dell’11,7. Nel 2021 le percentuali sono complessivamente calate di circa il 5 per cento ma non siamo tornati ai numeri pre-pandemia. Sebbene i dati per l’anno in corso non siano ancora pubblici, la percezione degli elettori è di essere meno sicuri di due anni fa. I repubblicani, che già durante la presidenza di Donald Trump hanno rispolverato il celebre slogan di Richard Nixon “Law and Order”, legge e ordine, facendosene paladini, accusano i democratici di politiche troppo morbide e di aver chiesto il definanziamento della polizia (sull’onda delle proteste seguite alla morte violenta dell’afroamericano George Floyd). E ora usano addirittura l’attacco con martello al marito della speaker della Camera Nancy Pelosi per sostenere la loro tesi. Un sondaggio Gallup rileva che il 53 per cento pone la sicurezza in cima ai suoi timori. Un tale sentimento, ha già spinto gli elettori di una città liberal come San Francisco, California, a non riconfermare il procuratore distrettuale Chesa Boudin, il cui approccio è stato considerato troppo indulgente nei confronti dei criminali. Il messaggio anti-crimine potrebbe danneggiare i dem perfino nello stato di New York: dove la governatrice democratica Kathy Hochul si scopre incalzata dal rivale Lee Zeldin. A ogni domanda postagli nel dibattito del 25 ottobre, questo ha d’altronde sempre risposto ribadendo le sue preoccupazioni sull’aumento del crimine.
L’immigrazione è il tema che aveva lanciato la corsa di Trump alla Casa Bianca, col miraggio di alzare un muro lungo il confine col Messico, e resta uno dei temi centrali per i repubblicani, non solo allo scopo di vincere le elezioni di midterm, ma anche a quello di riprendersi la presidenza nel 2024.
La U.S. Customs and Border Protection ha rivelato che negli ultimi 12 mesi ha arrestato 2,3 milioni di migranti che cercavano di attraversare il confine meridionale. Il record di sempre, con un aumento del 37% rispetto al 2021, ossia 1,7 milioni di persone in più. Ma è stato anche l’anno più letale, con oltre 800 morti nel tentativo di entrare negli Usa, tra annegamenti nel Rio Grande e colpi di calore. I repubblicani danno la colpa a Biden, perché che avrebbe lanciato il segnale che le porte erano aperte, e in particolare alla vice presidentessa Kamala Harris, che ha in carico il dossier ma non ha fatto nulla per risolverlo. Il capo della Casa Bianca, per rispondere, ha autorizzato il completamento di alcuni settori del muro, soprattutto nella regione di Yuma in Arizona, e ha usato provvedimenti adottati da Trump con la scusa del Covid per rimandare indietro i venezuelani.
La verità è che l’emergenza esiste, ma nessuno lavora in buona fede per risolverla. Gli Usa hanno bisogno degli immigrati, perché altrimenti l’economia si paralizza, però non hanno un sistema adeguato a selezionarli e ammetterli. I democratici parlano di confini aperti e i repubblicani di muri, ma è il Gop ad avvantaggiarsi della crisi sul piano elettorale, perché propone politiche che saranno pure inefficaci e populiste, ma parlano alla pancia di milioni di americani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su