La nostra lingua resta la più bella e completa del mondo perché ha saputo adeguarsi, crescere, e decidere, per esempio, che declinare solo al maschile le parole era una convezione storica superata. Il «Nuovissimo Treccani» ne ha preso atto

«Avevamo la lingua più bella e completa del mondo, figlia di padri greci e latini» (cit. Enrico Ruggeri). Voglio rassicurare il (bravo) cantautore milanese e quanti come lui non hanno gradito (eufemismo) il «Nuovissimo Treccani», come è stato ribattezzato da Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, direttrice e direttore scientifico del «Dizionario dell’Italiano» che nell’edizione 2022 ha deciso di «lemmatizzare», cioè registrare, anche le voci femminili di aggettivi e sostantivi. La nostra lingua resta infatti la più bella e completa del mondo proprio perché ha saputo adeguarsi, crescere, e decidere, per esempio, che declinare solo al maschile le parole era una convezione storica superata dai fatti, dalla vita, da un’astronauta italiana che comanda la Stazione spaziale internazionale (anticipo l’obiezione di Hoara Borselli: pretendere di usare «astronauto» per un uomo non è solo una grandissima sciocchezza, ma un errore grammaticale), da una presidente della Banca Centrale Europea donna, da più di una premier in servizio attivo nel mondo (e non servirà aggiungere una «a» alla fine, quando toccherà anche al nostro Paese: è «fluido»).
Treccani ha semplicemente preso atto di una società che si è trasformata, applicando un criterio oggettivo e inattaccabile nell’elencazione dei nomi: indicare anche il femminile ogni volta che c’è e rispettare l’ordine alfabetico. Invece apriti cielo. Come quando certi uomini si lamentano perché non si dice «maschicidio» ogni volta che viene ucciso un maschio, fingendo di ignorare che la parola femminicidio è stata coniata apposta per definire quel particolare delitto che si compie verso una donna in quanto donna (peraltro in Italia se ne conta uno ogni tre giorni). E allora come interpretare tutte quelle sciocchezze volanti che abbiamo sentito alla radio, letto sui social o sui giornali, «patre matria», «Treccagne», «dizionaria», usate per provocare e denunciare la tirannia del «Gender», mostro a tre teste che detta la legge del politicamente corretto? Forse, anche grazie a un dizionario, tra vent’anni nessuna direttrice d’orchestra si farà più chiamare direttore, come se il femminile «valesse meno». Walt Disney diceva: se puoi sognarlo, puoi farlo. Aggiungerei che se puoi leggerlo, «masticarlo», raccontarlo, magari ci riesci anche più in fretta.

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