Monica Segat, 43 anni, originaria di Vittorio Veneto comanderà 450 Penne Nere in servizio a L’Aquila. «Nelle Forze Armate, ormai, non c’è più alcuna differenza tra uomini e donne. La fatica fisica si superata soprattutto con la testa»

«La fatica non si affronta solo con il fisico, ma soprattutto con la testa». Sotto il cappello con la penna bianca da ufficiale nasconde un caschetto di capelli biondi e una tempra d’acciaio. A 43 anni, la tenente colonnello Monica Segat, da Vittorio Veneto, è la prima donna in Italia a comandare un battaglione di alpini. Da oggi ha ai suoi ordini 450 «penne nere» del battaglione «L’Aquila», nell’ambito del 9° Reggimento, di stanza a L’Aquila. Battaglione operativo per incarichi in Italia e all’estero.

Che effetto fa comandare un battaglione, in prevalenza di uomini?
«È una gran bella responsabilità, ma anche motivo di grande soddisfazione. Nella vita di un ufficiale il momento del comando è quello più importante. E nell’Esercito, ormai, non c’è più alcuna differenza tra uomini e donne».

Lei ha alle spalle già 22 anni di attività
«Sono entrata in accademia nel duemila. Dal 2005 ho svolto compiti operativi e di staff presso lo Stato maggiore. Ho fatto anche sette mesi in Afghanistan».

Che esperienza è stata?
«Ero a capo della sala operativa e gestivo l’attività dei reparti sul territorio. Ho un bel ricordo dal punto di vista professionale, anche se ci sono stati momenti difficili. Eravamo a Bakwa, nella parte Sud-Est. Era la prima volta che l’esercito lavorava in quella zona e quando siamo arrivati abbiamo trovato una situazione molto complicata. L’Afghanistan, poi, te lo porti dentro anche in termini di timori e paure, così come ti porti dentro quel deserto e quel cielo favolosi».

Perché a venti anni ha scelto di entrare negli alpini?
«All’epoca facevo un lavoro che non sentivo mio: ero segretaria in uno studio legale. Volevo cambiare. Così decisi di entrare in accademia, dove optai per la fanteria e poi per gli alpini. È stata una cosa naturale: nella mia città sono cresciuta con il mito degli alpini. Le montagne, poi, le ho avute sempre lì davanti casa. Sarebbe stato difficile fare il lagunare o il bersagliere. Mi affascina lo spirito di questo corpo. L’amore per la montagna e l’abitudine a faticare che unisce».

Anche se sei una donna?
«Non è limitante il fatto di essere donna. Bisogna solo prepararsi, addestrando il fisico e soprattutto la mente».

Lei è sposata con un alpino. Come conciliate lavoro e famiglia?
«Ci organizziamo. Noi sappiamo che ci sono momenti nella nostra vita in cui dovrà comandare un battaglione uno, poi l’altra. Attualmente mio marito comanda un battaglione a Belluno e sta per finire il periodo di comando. Fino ad ora io sono rimasta a Roma, presso lo Stato maggiore, occupandomi del bambino che ha 10 anni. Ora lui termina il periodo di comando, rientrerà a Roma, e si occuperà del bambino».

In gergo militare: un avvicendamento nei compiti familiari.
«Esatto, però è stata una cosa naturale. È bastato uno sguardo per capirci. Lui mi ha detto: “Fai quello che devi fare che al resto ci penso io”».

Le donne nelle Forze Armate: superato lo scetticismo dell’inizio?
«All’inizio c’era scetticismo perché era una novità. A differenza di altri Paesi In Italia le donne sono entrate da subito in reggimenti operativi. Ormai, uomini e donne, lavorano in piena sinergia e l’integrazione è completa».

Che comandante sarà Monica Segat?
«Farò di tutto per dare l’esempio. Mi hanno insegnato: “Si comanda con l’esempio”. E questa sarà la pietra angolare del mio comando».

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