Annamaria Barrile

Annamaria Barrile è la prima donna in 101 anni ai vertici di Confagricoltura. Porterà il satellitare nei campi e insegnerà alle colleghe a non sentirsi in colpa se fanno carriera

Svuotare il palazzo, specialmente dalle 16 e 30 in poi, e guarire le donne che vi lavorano dalla sindrome dell’impostore. Il primo obiettivo di Annamaria Barrile resta quello di avviare  ad una  profonda innovazione tecnologica il settore  in cui lavora,  Confagricoltura – in fondo –  l’ha scelta  per questo. Ma nominando lei come direttrice generale, prima donna in 101 anni di storia,  l’associazione che riunisce le imprese medio-grandi dell’area  rischia di rompere in un colpo solo un bel po’ di vecchi schemi.
Il fatto che per lavorare bene si debba stare in ufficio per 12 ore, per esempio, o che in  agricoltura siano i maschi a comandare, o che la tecnologia sia cosa da uomini. La giunta e il direttivo che l’hanno eletta – l’incarico sarà operativo  a giugno – hanno una età media piuttosto elevata e una presenza femminile decisamente bassa. Eppure sono stati proprio loro a volere una quarantenne, siciliana, madre di due bimbi, in un ruolo di potere vero.
“La cosa all’inizio ha sorpreso anche me  – confessa Barrile  – non mi sentivo in gara, sono arrivata qui solo due anni e fa e c’erano candidati che mi sembravano più competenti di me. Ma quando si tratta di innovare, nessuno batte le donne. Ho saputo che mi hanno scelto per questo. E perché, come mi hanno poi detto, dimostro di “avere fame”, di puntare dritto all’obiettivo e di volerlo portare a casa.  Senza molti proclami, con forza, tenacia e quando serve umiltà: io per prima so che ho sempre qualcosa da imparare”.
Il curriculum è  pesante. Barrile viene da una carriera nelle relazioni istituzionali di Deloitte, dell’ex Finmeccanica oggi Leonardo, del gruppo Eads oggi Airbus. La formazione è quella giusta per spingere il settore verso un salto mentale che va dal trattore al satellitare.
Eppure, ammette “Ho avuto paura di non essere all’altezza. Mi ha aiutato una fantastica collega chiedendomi di non ripetere l’errore che le donne fanno quando hanno successo: pensare di non meritarselo”.
E’ la cosiddetta sindrome dell’impostore: convincersi di essere stati premiati per sbaglio o per caso, non per merito. “Agli uomini non succede, se non ottengono il risultato pensano di aver subito una ingiustizia” dice la manager .
Ed è un tranello dal quale uscire. “Bisogna essere consapevoli dei propri limiti, ma anche della capacità di superarli. E ciò che fa la differenza fra umiltà e insicurezza. Nella mia vita lavorativa ho visto storture,  carriere legate a parentele più che a meriti, donne penalizzate perché madri, giovani che nessuno voleva far crescere. Ma sono stata fortunata perchè ho anche avuto capi, uomini, che si sono fidati, che mi hanno dato la possibilità di sperimentare, di acquisire fiducia e, a quel punto, di farmi valere. E quello che voglio fare anch’io  con le ragazze che lavorano con me”.
Una rivoluzione che passa dall’organizzazione del lavoro – “da impostare per obiettivi” – e degli orari: “In Italia si pensa che più si sta in ufficio meglio è. Nelle aziende internazionali dove ho lavorato, alle 16 e 30 il palazzo si svotava. Guarda caso è l’orario in cui i bambini escono da scuola. Si può fare: madri e padri possono andarli a prendere. Credo in uno smart working parziale e  intelligente. Vorrei che il palazzo dove lavoro fosse più vuoto verso sera e più pieno di donne nei posti che loro meritano di occupare”.

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