gasdotto Algeria
Sullo choc energetico in corso c’è molta disinformazione. Tra i luoghi comuni che impediscono di capire quel che sta accadendo, due sono particolarmente fuorvianti. Uno attribuisce la crisi alla guerra in Ucraina e alle sanzioni. Un altro demonizza le multinazionali occidentali del petrolio e del gas.
La guerra in Ucraina – seguita da sanzioni occidentali peraltro abbastanza limitate contro il petrolio russo, e dalle ritorsioni di Vladimir Putin che ci ha tagliato le forniture di gas – è successiva alla crisi energetica. I prezzi del gas erano già impazziti più di un anno fa, molto prima che i russi invadessero l’Ucraina. Una causa contingente fu la débacle dell’energia eolica nel Mare del Nord per mancanza di vento: un brutale richiamo alla realtà sui limiti delle energie rinnovabili. Pure quello però fu un incidente non decisivo, aggravò una crisi pre esistente. Come ha spiegato l’esperta inglese Helen Thompson («An Energy Reckoning Looms for the West», Financial Times, 20 agosto 2022), il motore dominante dietro l’aumento dei consumi e dei prezzi delle energie fossili è la Cina. Per capire l’iperinflazione di gas e petrolio bisogna guardare a Oriente. Non a caso le quotazioni del greggio hanno subito qualche flessione quando l’economia cinese ha dato segnali di rallentamento.
Al di là delle variazioni di breve periodo, siamo dentro un ciclo ventennale segnato dal boom della domanda cinese, l’evento dominante per capire la situazione energetica del pianeta dall’inizio del millennio. Nel 2019 il consumo di energia della Cina era più del quintuplo rispetto al 2000, e molto superiore ad ogni altro paese al mondo inclusi gli Stati Uniti. Nessun altro fattore ha un simile impatto.

La Cina sconvolge gli equilibri
L’impronta energetica della Cina è quella di un mastodonte senza eguali, in grado di sconvolgere tutti gli equilibri. Non sempre ce ne siamo accorti. Durante il decennio scorso, dal 2010 in poi, lo sconvolgente boom dei consumi cinesi in parte fu soddisfatto da un boom nella produzione americana di shale oil e shale gas, petrolio e gas naturale estratti da rocce attraverso la tecnica del fracking. La produzione americana è raddoppiata dal 2010 al 2019, e solo questo ha consentito al mondo di non essere intrappolato in uno choc energetico che era già ben visibile nelle fiammate dei prezzi del 2005-2007. Ma la produzione americana di shale oil e shale gas è incappata nei venti contrari dell’ambientalismo: dalle normative verdi di Washington fino al disinvestimento di Wall Street. E senza investimenti la produzione di energie fossili declina. Non abbiamo avvertito subito il problema perché all’inizio del 2020 la pandemia ha chiuso le fabbriche cinesi e depresso la domanda. Ma appena è ripartita la produzione cinese, e con essa i consumi energetici del «pachiderma», i prezzi sono impazziti: la crisi del gas ha origine nella ripresa cinese del 2021, un anno prima della guerra in Ucraina.

Il fattore Mosca
Questo scenario geopolitico era stato capito dai russi. Anni prima che Putin lanciasse l’aggressione contro l’Ucraina, il gigante russo dell’energia Rosneft aveva già avviato una «torsione geopolitica» verso Oriente. Sotto la guida di Igor Sechin, Rosneft cominciò a guardare alla Cina come partner privilegiato dal 2004. Da allora si è andata rafforzando l’alleanza tra Rosneft e la principale azienda energetica di Pechino, la China National Petroleum Corporation (Cnpc).
Come ha scritto The Economist («Oil’s new eastern bloc», 16 luglio 2022), «abbondanti pre-pagamenti e finanziamenti dalla Cina hanno consentito a Rosneft di diventare una delle più grandi compagnie petrolifere quotate nel mondo». L’ultimo degli accordi di forniture di petrolio da Rosneft a Cnpc fu siglato in occasione dell’incontro fra Putin e Xi Jinping il 4 febbraio di quest’anno all’apertura dei Giochi Invernali: mancavano tre settimane all’invasione dell’Ucraina. Dopo le sanzioni occidentali contro il petrolio di Putin, le esportazioni di greggio da Mosca a Pechino sono cresciute a tal punto che la Russia ha superato l’Arabia Saudita come primo fornitore della Cina.

La strategia indiana delle big russe
La Rosneft ha aggiunto alla sua strategia cinese anche una strategia indiana: per ridurre la sua dipendenza dai mercati occidentali ha investito in una società indiana di raffinazione petrolifera, la Nayara Energy. Le esportazioni di greggio russo verso l’India sono balzate da quasi zero a un milione di barili al giorno, a prezzi scontati. La nuova geopolitica dell’energia vede affermarsi un «blocco orientale», con Cina e India nel ruolo di consumatori e la Russia come fornitrice. Pur con tutte le differenze d’interesse che oppongono i compratori e i venditori, e malgrado i conflitti strategici fra Delhi e Pechino, questi tre paesi hanno un impatto smisurato sul futuro energetico e ambientale del pianeta. Le loro classi dirigenti non hanno mai creduto alla possibilità di un passaggio rapido e totale alle energie rinnovabili: anche se questo non impedisce alla Cina di costruirsi un semi-monopolio nelle energie verdi, né trattiene Cina e India dall’essere all’avanguardia nella costruzione di centrali nucleari.
Che vi sia ancora un futuro per le energie fossili – durante una lunga transizione in cui devono accompagnare solare ed eolico e compensare le loro manchevolezze – lo crede anche il più celebre degli investitori americani, Warren Buffett.

Dov’è il potere energetico oggi
Pur essendo un convinto assertore dell’emergenza climatica, e un sostenitore degli investimenti Green, Buffett ha chiesto via libera alle autorità di Borsa per comprare fino al 50% della compagnia petrolifera Occidental Petroleum. È un investimento significativo, che sembra riportare in auge il glamour sinistro delle sette sorelle: ma è un’illusione, perché il potere energetico oggi sta altrove.
Le sette sorelle, fu un’immagine popolarizzata da Enrico Mattei quando era alla guida dell’Eni: alludeva all’esistenza di una sorta di cartello tra le multinazionali petrolifere occidentali. Cinque erano americane: Exxon, Mobil, Chevron, Texaco, Gulf Oil. Due erano inglesi: Shell e Bp. Dagli anni Quaranta fino all’inizio degli anni Settanta, avevano dominato i giochi del petrolio. L’Eni di Mattei, così come le francesi Elf e Total, tentavano di fare le guastafeste con incursioni in Nordafrica e Medio Oriente. Ma quel sistema dominato dal capitalismo privato angloamericano cominciò a traballare nel 1973 con il primo choc petrolifero, quando il cartello Opec dei paesi produttori impose un embargo contro diversi paesi occidentali per castigarli dell’appoggio dato a Israele durante la guerra dello Yom Kippur. Le risorse petrolifere entrarono in una fase di nazionalizzazione, che ha conosciuto nuove accelerazioni di recente. Oggi chi continua a descrivere le compagnie energetiche occidentali come delle potenze, parla di un mondo che non esiste più. La più grande delle sette sorelle, Exxon, è stata perfino espulsa dall’indice Dow Jones perché la sua capitalizzazione è troppo bassa.

Monopoli e aziende di Stato, dal Medio Oriente al Messico
La geopolitica odierna dell’energia è dominata da aziende di Stato, controllate da paesi emergenti. La regina è Aramco, l’azienda pubblica dell’Arabia Saudita che di recente ha avuto un aumento del 90% dei profitti, ed ha la capitalizzazione di Borsa più alta. Proprio perché sono proprietari delle maggiori aziende energetiche al mondo, gli Stati del Medio Oriente accumuleranno nei prossimi quattro anni altri 1.300 miliardi di dollari di ricchezza aggiuntiva, un immenso trasferimento di risorse Nord-Sud, secondo le stime del Fondo monetario internazionale. Tra i beneficiari ci saranno i loro fondi sovrani come il Saudi Arabia Public Investment Fund, la Qatar Investment Authority, Abu Dhabi Investment Authority, Kuwait Investment Authority.
Anche in altre parti del mondo si assiste a questa duplice tendenza: da una parte una rivalutazione delle energie fossili il cui ruolo deve «accompagnare» le rinnovabili (per ogni centrale solare ce ne vuole una tradizionale che la affianchi di notte, in buona sostanza); d’altra parte la crescente concentrazione del potere energetico nelle mani degli Stati produttori.
L’ultimo esempio è il Messico, dove il presidente Andrés Manuel Lòpez Obrador – un socialista populista – investirà 6,2 miliardi di dollari per costruire 15 centrali elettriche a carburante fossile, e allo stesso tempo rafforza il controllo pubblico sulle fonti di energia attraverso il monopolio di Stato Pemex.
In tutta l’America latina una nuova generazione di leader di sinistra rilancia le nazionalizzazioni di tutto ciò che non era ancora pubblico: anche le terre rare e minerali strategici per le energie rinnovabili. Il ruolo delle sette sorelle è stato soppiantato da tempo da colossi pubblici soggetti ai governi, i veri centri di potere dove si decide il futuro dell’energia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su