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Il Governo penalizza le rinnovabili, che sono l’unica cura contro gli aumenti delle bollette

La ricetta dell’esecutivo contro il caro bollette va in direzione sbagliata e sconta l’assenza di un confronto con gli operatori delle rinnovabili. Gli interventi del governo, infatti, non toccano gli interessi fossili ma colpiscono le fonti pulite. Ossia la parte del settore energetico indispensabile per la transizione, che potrebbe aiutare a mitigare i rincari e che in parte lo sta già facendo. Gli impianti rinnovabili incentivati con le ultime aste, ad esempio, forniscono al Gse energia a un prezzo fisso decisamente inferiore rispetto al prezzo spot degli ultimi mesi.
E ora che il Governo è in procinto di varare un nuovo intervento contro il caro bollette, la risposta scelta sembra essere quella di raddoppiare la produzione italiana di gas. Si continua, insomma, con il paradosso di voler risolvere la crisi energetica attuale con la stessa dipendenza fossile che l’ha generata. Evidentemente ancora non è ben chiaro a tutti che stiamo pagando il nostro ritardo sul fronte della transizione. Ciò premesso, la soluzione caldeggiata da Cingolani ha almeno un altro grandissimo problema: è una falsa soluzione, una fake, una bufala. Non è affatto vero che raddoppiare la produzione made in Italy farà scendere il prezzo del gas, spinto dalla stagione fredda, dalla ripresa, dai venti di guerra e dalle speculazioni.
Le nostre riserve sono ben poca cosa, se anche le estraessimo tutte, agli attuali livelli di consumo non basterebbero neanche per un anno. Come evidenziano nelle loro analisi sia Legambiente che il think tank Ecco, il gas nazionale non costa meno di quello importato perché questa materia prima è immessa nella stessa rete e scambiata in mercati organizzati come prodotto indistinto, indipendentemente dalla sua provenienza, a un prezzo che è influenzato solo dal rapporto tra offerta complessiva e domanda a livello europeo.
Un’eventuale crescita della produzione dei giacimenti italiani, poi, non arriverebbe in tempo per mitigare la crisi energetica odierna. Sembra banale, ma va sottolineato: avere le autorizzazioni, identificare nuovi giacimenti, svilupparli e metterli in produzione richiede anni, mentre per aumentare la produzione di giacimenti già coltivati servono alcuni mesi.
Riassumendo, se l’Italia decidesse di aumentare la produzione interna di gas, quest’ultima non inciderebbe minimamente sui costi dell’energia e arriverebbe fuori tempo massimo. Ovvero dopo la fine dell’inverno 2021-2022, quando secondo le previsioni i prezzi del gas europeo dovrebbero calare. Anche se la discesa fosse più lenta gli osservatori parlano comunque di un ritorno dell’energia in linea entro fine anno e di un’inversione della curva dell’inflazione a cominciare dal 2023. Inoltre con le prime schiarite sul fronte ucraino, sulla piazza di Amsterdam già il 15 febbraio c’è stato un significativo calo del gas (il12% del sul valore registrato nella seduta precedente).
La spinta sul gas italiano come antidoto al caro bollette è un grande bluff. La verità è che si usa il caro energia per far passare quello che altrimenti opinione pubblica, territori ed enti locali non avrebbero accettato: il ritorno dell’era delle trivelle. Affrontare il caro bollette puntando sul gas è un’illusione che ci lega al passato e va in direzione opposta rispetto agli impegni assunti sul clima a livello internazionale. È invece molto coerente con la sciagurata posizione italiana pro gas sulla tassonomia verde europea.
Per intervenire con lungimiranza sul caro bollette e non limitarsi a tamponare l’emergenza servirebbe altro: investire su rinnovabili, efficienza e risparmio energetici, sistemi di accumulo, innovazione, smart grid. E magari avviare davvero il taglio dei sussidi dannosi per l’ambiente. Del resto la stessa Agenzia Internazionale dell’Energia, nel suo rapporto ‘Net Zero By 2050’, sostiene la necessità di sospendere da subito ogni nuovo investimento in estrazione di petrolio e gas per centrare l’obiettivo della neutralità climatica a metà secolo.

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