La sintesi più estrema è nelle parole di Antonio D’Amato. Senza una ripresa del Sud — sostiene l’ex presidente della Confindustria — l’Italia non ce la farà a riprendere un cammino stabile di crescita. E in un’Europa sull’orlo della deindustrializzazione (in parte voluta ed è questo il vero dramma), il nostro Mezzogiorno rischia di essere un’occasione perduta anche per l’Unione. Insomma, lo sviluppo del Sud e la riduzione dei divari, non solo di reddito e occupazione, sono questioni centrali e strategiche dell’intera Europa. Alcuni esempi: la transizione energetica continentale ha bisogno di un grande hub delle rinnovabili. E il nostro Mezzogiorno (che produce già il 50 per cento dell’energia pulita italiana) è il candidato naturale. Con l’esplosione dei noli marittimi, e dei costi degli approvvigionamenti di materie prime, non solo energetiche, le rotte mediterranee, e dunque i nostri porti, i retroporti, le interconnessioni ferroviarie e stradali sono ancora essenziali. Per noi e non solo per noi. A Bruxelles ne sono consapevoli.
Al punto di aver riconosciuto come indispensabile – lo ricorda il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile, Enrico Giovannini – la seconda rete ferroviaria adriatica. Nessun Paese ha ottenuto questo raddoppio. Il governo ha messo a bilancio 5 miliardi. A riprova dell’importanza vitale di un nuovo collegamento europeo.

La povertà del dibattito
La qualità del dibattito italiano su questi temi è di una povertà disarmante. Se ascoltiamo i rappresentanti delle Regioni, quando parlano del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), scorgiamo un sentimento di attesa, quasi messianica, di maggiore spesa pubblica in una chiave più risarcitoria dei torti, veri o presunti, subiti in passato che di investimento sulle future potenzialità. Troppa fiducia nelle virtù salvifiche dello Stato e nell’intervento pubblico (continuo il riferimento agli anni migliori della Cassa del Mezzogiorno). Meno nel ruolo dei privati. La concorrenza, a giudicare da questa corrente di pensiero, non è un prerequisito dello sviluppo, bensì una conseguenza del mercato. Non sempre piacevole. Gli appalti pubblici non creano di per sé nuova imprenditorialità. Sono a volte più un rifugio che un’opportunità di crescita. In parallelo, se ci spostiamo a Nord, prevale un atteggiamento, spesso segnato da pregiudizi, tra il distratto e il rassegnato. Conclusione: forse con le risorse europee, e non solo, si colmerà un ritardo storico nelle infrastrutture e nei collegamenti. Ma senza un altro tipo di connessione, più sentimentale, di idee, di propositi, di serietà progettuale, di voglia di conquistare insieme il futuro, non si andrà da nessuna parte. Né noi e forse nemmeno l’Europa, che probabilmente se ne accorgerebbe prima, negandoci le ultime rate dei finanziamenti del Pnrr. Particolare che sfugge a molti: il Pnrr si esaurisce nel 2026, ben oltre le elezioni del 2023 che sembrano una sorta di limes della vita repubblicana. Al di là dell’appuntamento elettorale, ci sarà vita più nell’osservanza degli impegni (di cui in campagna elettorale non si parlerà) che nel moltiplicarsi delle promesse, abbondanti e di varia natura.

La contraddizione
Un tentativo apprezzabile di creare un nuovo spirito nazionale, nel dialogo tra Sud e Nord, è stato compiuto nei giorni scorsi a Maratea nel corso del convegno (dal titolo Passaggio di fase) organizzato dalle Fondazioni Nitti e Merita (ovvero Meridione Italia). Il mantra è quello del Sud «piattaforma europea nel Mediterraneo». Non un’assoluta novità. Ci aveva già pensato a dirlo, nel 1983, lo storico Fernand Braudel, ha notato il presidente di Svimez. Adriano Giannola ritiene, e non è il solo, che si stia aprendo una contraddizione drammatica tra gli obiettivi del Pnrr e la richiesta di autonomia differenziata di alcune Regioni del Nord. Obiettivi inconciliabili che congelerebbero il criterio storico della spesa pubblica, peraltro non estensibile all’infinito. Da una parte Mara Carfagna, ministra per il Sud – che propugna un «meridionalismo fattivo» e scevro dalle lentezze burocratiche — e dall’altra Maria Stella Gelmini, responsabile degli Affari regionali che spinge sull’autonomia differenziata. Tra l’altro entrambe di Forza Italia. Una contraddizione evidente, non l’unica, nella maggioranza e nel governo. «Il declino del Nord è ancora più preoccupante di quello del Sud», dice Giannola che considera, insieme ad altri meridionalisti, eccessiva l’enfasi sui possibili risultati del Pnrr. E mostra persino un intellettuale distacco. La cura delle disuguaglianze territoriali dovrebbe far parte dell’intervento ordinario dello Stato, afferma. «I diritti di cittadinanza non vanno messi a gara».

I finanziamenti
Sì, tutto giusto, ma come finanziarli? Questo è il punto. Il Prodotto interno lordo pro capite del Sud è solo il 55 per cento di quello del Nord. Se l’occupazione femminile in Italia è al 50 per cento, troppo bassa, nel Mezzogiorno è addirittura al 30. Solo il 28 per cento delle imprese italiane sta al Sud. Vanno create le condizioni perché sia conveniente, per il capitale privato e soprattutto per gli investimenti esteri, investire al Sud, perché le attuali presenze industriali, diverse e particolarmente significative, possano crescere di dimensione, internazionalizzarsi, esportare di più. Un solo esempio, ricordato da Andrea Montanino, capo economista di Cassa depositi e prestiti: la Campania è terza in Italia per numero di start up innovative. L’obiettivo principale dovrebbe essere questo. Chiaro. Incrementare le presenze nel Mezzogiorno delle produzioni del made in Italy. Rafforzare aeronautica e farmaceutica. Creare nuove filiere industriali, per esempio nell’idrogeno (ma si pensi solo alle potenzialità della geotermia), nelle tecnologie di accumulo dell’energia rinnovabile. Le otto Zone economiche speciali (Zes), introdotte per la prima volta nel 2017, sulla base della disciplina europea, e poi rafforzate, non sempre sono state disegnate bene. Quella tra Molise e Puglia è troppo grande e di fatto ingestibile. L’incentivo fiscale – il 25 per cento di credito d’imposta – è stato esteso anche agli investimenti immobiliari. «E questo non va bene — è l’opinione di Giuseppe Coco, ordinario di Economia alla Cesare Alfieri di Firenze — ha un effetto distorsivo. Gli incentivi fiscali sono necessari ma stiamo attenti che non distruggano l’idea che al Sud non si possa fare un’imprenditoria normale. Se il mio vicino è così favorito dal Fisco perché dovrei dannarmi l’anima a inventare, innovare, esportare senza gli stessi vantaggi?».

Il contributo del digitale
Nell’era digitale la dimensione aziendale e la collocazione geografica non sono un limite. Tutt’altro. A volte sono un vantaggio. Il fenomeno del cosiddetto south working, conseguenza della pandemia, può aiutare a trattenere i talenti. La direttrice generale della Confindustria, Francesca Mariotti, ricorda che ogni anno le Regioni del Mezzogiorno, perdono 130 mila abitanti, soprattutto giovani, molto spesso laureati. «È come se scomparisse, ogni dieci anni, una città come Napoli o Palermo». Dove ci sono competenza, passione, libertà d’impresa, le occasioni non mancano. A qualsiasi latitudine. L’innovazione è apolide, dice Antonio Squeo di Hevolus, società di Molfetta che è tra le più brillanti nell’esplorazione dei servizi per il Metaverso. E ve ne sono altre nel Sud. «Ma il problema di fondo — nota Claudio De Vincenti, presidente onorario di Merita, ex ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno del governo Gentiloni — è che sono ancora troppe le rendite di posizione». «E troppi ancora gli stereotipi — aggiunge Stefano Rolando, presidente della Fondazione Nitti — la questione meridionale è questione nazionale, ma vi sono alcuni aspetti indelegabili che sono tutti nelle mani della classe dirigente meridionale, tra questil’importanza di alzare la soglia del civismo e della proattività e di riportare in agenda la cultura della manutenzione».

La profezia
Negli anni Sessanta, l’economista inglese Vera Lutz studiò a fondo le ragioni del divario produttivo tra Nord e Sud e arrivò alla conclusione che la causa maggiore fosse nell’inefficienza operativa dell’intervento pubblico e nello scarso peso dei privati. Curiosamente, nelle settimane scorse, uno studio della Banca d’Italia – cui la Lutz collaborò a lungo – è arrivato a risultati simili. Il Pnrr allora non c’era. È uno strumento indispensabile non solo per dotare il Sud di una rete connessa di infrastrutture ma anche per migliorare finalmente la qualità dell’azione pubblica. E soprattutto è unico. Ne siamo tutti, noi italiani, consapevoli? No. Nel 1972 il Corriere titolò che ci sarebbero voluti cinquant’anni per colmare il divario tra Nord e Sud. Un titolo sbagliato, purtroppo. Ma per sempre?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su