Francoforte mette in guardia i governi sulle fiammate dei prezzi. Il fardello più grande della crisi energetica è sulle spalle delle famiglie a basso reddito. In salita i rischi sulla stabilità finanziaria

L’inflazione sta amplificando il divario fra ricchi e poveri nell’eurozona. L’ultimo studio della Banca centrale europea (Bce) evidenzia che nell’ultimo decennio il gap sia stato costante, mentre la crisi energetica innescata dall’invasione russa in Ucraina sta facendo pagare il conto più elevato ai nuclei familiari più deboli. La frattura fra le classi più abbienti e quelle più disagiate è sempre più ampia. Ed è un fattore che, sottolinea l’istituzione guidata da Christine Lagarde, «potrebbe minacciare ancora di più la stabilità della famiglie a basso reddito». Quindi, con ripercussioni sulla solidità del sistema bancario.
Dati alla mano, il fardello della crisi in corso, tra fiammate dei prezzi e impennata dei costi dell’energia, è in mano ai più vulnerabili. E cioè le persone già infragilite da crisi subprime, crisi finanziaria globale, crisi dell’eurozona, pandemia e guerra. Lo studio “The impact of the recent rise in inflation on low-income households” ha analizzato il divario d’inflazione fra il 20% dei redditi costituito da famiglie più povere e il 20% delle più ricche. Rimasto contenuto fra -0,25 e +0,25 punti percentuali fra il 2011 e novembre 2021, con lo shock energetico quel divario è balzato a 1,9 punti nello scorso settembre. Facili le conseguenze su liquidità, capacità di risparmio, e il flusso di pagamento delle bollette di luce, gas e telefono.
Nello specifico, la Bce evidenzia i motivi per cui i nuclei deboli sono i più impattati dalla crisi attuale, con dinamiche di formazione dei prezzi mai sperimentate dall’introduzione dell’euro. «Le famiglie a basso reddito sono più vulnerabili a queste variazioni di prezzo, poiché spendono una quota maggiore della loro spesa totale per consumi per beni essenziali come cibo, elettricità, gas e riscaldamento, tendono a risparmiare meno e sono più soggette a vincoli di liquidità», si fa notare. I governi dell’area dell’euro hanno adottato «misure per attutire l’impatto della recente inflazione sulle famiglie, ma finora tutti i gruppi di reddito percepiscono queste misure come insufficienti, in particolare le famiglie a basso reddito». Ciò indica che «c’è spazio per migliorare il modo in cui le misure di sostegno sono rivolte alle famiglie a basso reddito».
Il risultato è netto. Secondo la Bce «il divario tra i tassi di inflazione effettivi sperimentati dai quintili di reddito più bassi e quelli più alti, calcolato utilizzando i dati sui modelli di consumo delle famiglie, è al massimo dal 2006». Inoltre, proprio perché le famiglie a basso reddito stanno erodendo sia reddito sia ricchezza, «hanno quindi meno spazio per ammortizzare forti aumenti del loro costo della vita attraverso il risparmio». La coperta è corta, specie per i Paesi con lo spazio fiscale più ridotto, come l’Italia.
Intanto, non sono buone le aspettative per i consumatori. Le famiglie europee hanno ridotto drasticamente le aspettative di crescita dei propri redditi nei prossimi 12 mesi, pur di fronte a previsioni di spesa rimaste invariate. Lo dice l’ultimo rapporto trimestrale dell’istituzione di Francoforte. La “Consumers’ Expectations Survey” di novembre spiega che «le famiglie si aspettano che la crescita nominale dei redditi sia dello 0,6% nei prossimi 12 mesi, contro l’1% di agosto», con un declino più marcato nella fascia d’età 55-70 anni e sui redditi medi. Inoltre, «le aspettative di crescita della spesa nominale restano invariate al 4,5%», ma più basse per la fascia dei giovani (18-34 anni).
Anche alla luce di questo quadro a tinte fosche sarà complicato per Lagarde muoversi nei prossimi mesi. Come fa notare Gero Jung, capo economista di Mirabaud, «l’esito dell’ultima riunione suggerisce che l’istituto di Francoforte dipende ormai completamente dai dati e che la politica monetaria non ha il pilota automatico». Inoltre, dice, «il fatto che la presidente Lagarde abbia sottolineato il ritardo con cui la politica monetaria dispiega i propri effetti, suggerisce una minore rigidità futura». In Germania, «la fiducia delle imprese rimane debole e non sembra esserci una luce alla fine del tunnel, in quanto il Paese ha perso il suo ruolo di locomotiva d’Europa». In Italia, sottolinea Jung, «la domanda resta debole poiché l’aumento dei prezzi del gas si trasferisce in modo significativo sui prezzi al consumo, in particolare attraverso il costo dell’elettricità». È per questo motivo, afferma, che «prevediamo una contrazione dell’economia italiana in questo trimestre e all’inizio del prossimo anno e una contrazione del Pil nel 2023». Una grana per il governo Meloni, così come per famiglie e imprese, già indebolite dall’attuale crisi energetica.

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