ambiente rinnovabili

La situazione ha imposto una revisione degli equilibri geopolitici e scelte concrete. La missione governativa ad Algeri sul gas ne è l’esempio

Era tempo che non si vedevano missioni come quella di Draghi in Algeria. L’Italia negli ultimi anni è apparsa richiusa in sé stessa. In un susseguirsi di elezioni le forze politiche hanno preferito misurarsi sul consenso immediato piuttosto che sul lungo periodo. Ma da quel 24 febbraio, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, le conseguenze della guerra, drammatiche e tragiche sul campo, hanno determinato un necessario ritorno alle questioni di merito. La situazione ha imposto una revisione degli equilibri geopolitici. A scelte concrete. La missione governativa ad Algeri sul gas ne è l’esempio.
Una strategia miope italiana (ma anche tedesca) ha fatto sì che le prime due potenze manifatturiere d’Europa (la Germania e noi), siano legate alle forniture di gas russo nella loro produzione di energia. Cosa né sopportabile né intelligente. Tanto più se si dovesse arrivare a sanzioni che prevedono il non acquisto di gas per evitare di finanziare una guerra nel cuore dell’Europa.
Al proposito va fatto un inciso. L’effetto delle sanzioni sulla nostra economia è al momento relativamente basso. Altra cosa sono le ripercussioni della guerra. Basti pensare alle mancate forniture di materie prime dall’Ucraina. Sarebbe bene che anche nel dibattito politico ed economico la distinzione fosse ben chiara per evitare facili semplificazioni del tipo: togliamo le sanzioni e abbiamo risolto.
Tornando al gas, entro fine anno il governo ha l’obiettivo perlomeno di avviare la sostituzione di due terzi dell’approvvigionamento proveniente dalla Russia con altri fornitori. Non sarà facile e non è detto ci si riesca. Attualmente riceviamo da Mosca qualcosa come poco meno di 30 miliardi di metri cubi (il 40% del fabbisogno nazionale).
Il piano del governo prevede di potenziare il pompaggio dagli impianti nazionali che già sono attivi ma che viaggiano a ritmi ridotti (2-3 miliardi in più). Dovrebbero entrare poi in funzione le due navi per la rigassificazione per una produzione tra i 3 e i 5 miliardi di metri cubi ciascuna. Posto che venga a soluzione il caso Regeni con l’individuazione e la condanna dei suoi assassini, un punto che per il nostro Paese deve essere irrinunciabile, l’Egitto potrebbe contribuire per altri 4 miliardi.
Dall’Algeria è probabile l’arrivo di altri 9 miliardi di metri cubi. Ma attenzione. Non sarà questione di aprire o chiudere un rubinetto. I tempi rischiano di essere ben più lunghi di qualche mese. Quei 9 miliardi dovrebbero andare ad aggiungersi ai circa 21 che lo scorso anno erano arrivati in Italia. Il gas algerino copriva circa il 28% del fabbisogno italiano. E nei primi due mesi di quest’anno proprio l’Algeria ha già soppiantato la Russia come primo fornitore.
È per questo che è necessaria una «politica» energetica, che vada al di là del solo il girare per il mondo con un assegno in mano pronti a pagare qualsiasi prezzo. Ecco il senso della proposta italiana del novembre scorso di acquisti e stoccaggi comuni in Europa del gas. O l’idea di un tetto ai prezzi sempre europeo. La solidarietà della Ue e quindi il tentativo di una politica comune appare come decisiva anche nel campo dell’energia.
Ultimo ma rivelatore tassello: la transizione verso fonti rinnovabili. A parole la vogliono tutti. Però è un fatto che quasi il 100% dei progetti di impianti eolici presentati nel 2021 sia ancora senza autorizzazioni. Il collo di bottiglia è nell’elevato potere di veto di Regioni e sovrintendenze. Gli stessi partiti a Roma convinti assertori di sole, vento e acqua come il futuro della nostra sicurezza energetica, cosa fanno a livello locale? Una tragedia come quella Ucraina si sta dimostrando purtroppo un vero esame di maturità per molti. Anche in Italia.

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