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L’espressione raschiare il barile è usata spesso in queste settimane. Anche se il barile, finora, è stato tutt’altro che raschiato. Non c’è bisogno di arrivare a tanto. In ogni caso l’espressione gergale dà l’idea della continua, febbrile ricerca di fondi residui di bilancio per andare incontro alle prolungate sofferenze di famiglie e imprese. Con quello che verrà varato questa settimana, siamo a sette decreti d’aiuto. I sei precedenti hanno impegnato una cifra totale, nel 2022, di 52 miliardi. Si supererà abbondantemente quota 60 miliardi. Conoscendo lo stato perennemente precario della nostra finanza pubblica è sorprendente che tutto ciò sia avvenuto senza scostamenti di bilancio, grazie ovviamente alla ripresa, ai maggiori incassi fiscali, gonfiati dall’inflazione, e alla non disprezzabile quantità di risorse stanziate ma non spese. Quest’ultimo aspetto sembrerebbe del tutto marginale. Non è così. In un periodo così drammatico, tra la pandemia, la guerra e la crisi energetica, non ci si aspetta di notare così frequentemente l’esistenza di «tesoretti» (definizione detestabile che dà l’impressione della gratuità casuale) seppelliti negli angoli dei cassetti ministeriali.

La stima
Una stima all’ingrosso parla di una cifra tra i 7 e gli 8 miliardi rimasti senza destinazione nell’applicazione della miriade di interventi straordinari dal marzo del 2020 ad oggi. Ma la «riprogrammazione delle risorse», come si dice in termine tecnico, ha costituito un prezioso e persino fortunato polmone vitale. Meno male che i residui c’erano. E ci sono. Il fenomeno si può leggere in due modi, non necessariamente alternativi: un diffuso grado di inefficienza nell’esecuzione di decreti emessi in troppo rapida sequenza o una sovrastima dei bisogni reali di famiglie e imprese, sempre ammesso che queste ultime ne siano state perfettamente a conoscenza. In diversi casi, persino negli incentivi alle imprese, che dovrebbero essere più attente all’evolversi della normativa, i bandi non si sono completati per mancanza di richieste. In occasione dell’ultimo workshop The European House Ambrosetti, a Cernobbio, Carlo Calenda ha rivelato — con la sua solita foga tribunizia — che quando era ministro dello Sviluppo economico si trovò a recuperare ben 12,5 miliardi di fondi non spesi. La platea di imprenditori e manager — che lo ha lungamente applaudito — ha provato nei suoi confronti un’invidia sincera. Se un amministratore delegato, appena nominato, avesse una quantità così rilevante di residui passivi, sarebbe almeno all’inizio (poi nel tempo rischierebbe il posto) la persona più fortunata. Avrebbe solo un po’ di ansia sulla scelta degli investimenti da fare prima che gli azionisti gli chiedano la distribuzione di un dividendo straordinario. I contribuenti non sono (per loro fortuna) soci dello Stato.
Non possono chiedere la restituzione di ciò che rimane nelle pieghe del bilancio, ma forse hanno il diritto di conoscere più in profondità i meccanismi, a volte oscuri, che governano la finanza pubblica. Anche perché, dopo il 25 settembre, un nuovo governo potrebbe cedere alla tentazione — e in questo imitando non rare disinvolture nei cambi di gestione aziendali — di dire di aver trovato sorprese spiacevoli. O, al contrario, di rilassarsi nella convinzione di trovare, qua e là nelle pieghe del bilancio, appetitosi «biscotti».

Transizioni
L’attività del governo uscente è tutta tesa a rendere al massimo trasparente e tranquilla questa transizione che avverrà sotto gli occhi preoccupati delle istituzioni europee e quelli, più rapaci, dei mercati finanziari. Nella tranquillità di un passaggio assai delicato e nell’accettazione bipartisan della realtà dei conti pubblici, nei loro aspetti critici ma anche nelle non poche virtù che palesano, si gioca molto della reputazione autunnale del nostro Paese. Dunque, l’avvertenza, soprattutto per le ultime due settimane di campagna elettorale, è quella di non buttare nell’arena numeri a casaccio e ulteriori promesse senza copertura.
La prossima Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza (Nadef) sarà probabilmente una sorta di testamento finanziario del governo Draghi. La pubblicazione è prevista il 27 o 28 settembre, cioè nel mezzo dei commenti post elettorali. Si limiterà ad esaminare gli andamenti tendenziali delle variabili di finanza pubblica, non come avviene di solito a formulare stime programmatiche. La Ragioneria intanto lavorerà sul bilancio a legislazione invariata.
Parlando a Cernobbio, il ministro dell’Economia, Daniele Franco, ha tenuto a precisare che tutte le previsioni sulla congiuntura italiana, comprese quelle dello stesso governo, sono state largamente sottostimate. Smentite, in positivo, dai fatti. Nella primavera scorsa l’Ufficio studi della Confindustria proiettava per il 2022 un aumento del Prodotto interno lordo (Pil) dell’1,9 per cento. La crescita acquisita, a fine giugno scorso, era già del 3,5%.

I numeri
La tenuta del tessuto economico è confortante, nonostante le nubi di una recessione europea alle porte. I decreti d’aiuto a famiglie e imprese hanno certamente avuto il loro positivo effetto. La robustezza di fondo, specialmente delle imprese esportatrici, la capacità di molte aziende, anche dei servizi, del commercio e del turismo (un’estate da record) di reagire alle difficoltà, sono tutti elementi che contribuiscono, meglio di altri, a costruire un quadro non del tutto negativo. Senza coltivare pericolose illusioni e legittimare forzature con la prossima legge di Bilancio che sarà a cura del prossimo esecutivo. Nella Nadef si ribadirà l’obiettivo di un deficit a fine anno del 5,6% e per il prossimo del 3,9. Una traiettoria che se confermata consentirà al nuovo governo di presentarsi con le carte in regola a livello europeo senza mettere a repentaglio il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). È vero che l’inflazione — sottostimata dalla Def di aprile, ma comunque allineata alla media dell’area euro — aiuta in un primo momento di più lo Stato, aumentando le entrate soprattutto delle imposte indirette. Ma è ugualmente vero che aggrava il versante delle spese, dalle pensioni agli interessi sul debito. Il ritardo temporale delle conseguenze può produrre un effetto ottico ingannevole. E questo nonostante il costo del debito (la cui durata media è di oltre sette anni) non sia destinato ad aumentare quest’anno. Nel 2021 è stato del 2,4 per cento. Il rialzo dei tassi di interesse dello 0,75 per cento, deciso giovedì scorso, dalla Banca centrale europea, cui ne seguiranno altri, è al di là della pesantezza dei numeri, uno spartiacque anche psicologico. Oggi abbiamo ancora, e per fortuna, una discreta reazione alla crisi del sistema economico. Davanti ai nostri occhi ci sono gli effetti della forte crescita del 2021 e la forza d’inerzia del lungo periodo di tassi a zero o negativi. Una stagione finita, irripetibile.

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