Scadenze per 10,8 miliardi. In due mesi, 15,4 miliardi in attuazione e due in partenza. Decaro (presidente Anci): «Con queste procedure non ce la faremo mai»

C’è un numero in grado di spiegare con una certa efficacia le preoccupazioni che circondano le chance di attuazione del Pnrr nei Comuni: 28,1 miliardi. È il valore dei progetti che in queste settimane occupano in vari punti la rampa di lancio del Recovery declinato in chiave locale: i bandi in scadenza nei prossimi due mesi valgono 10,8 miliardi, in un ventaglio di interventi che vanno dall’edilizia scolastica al potenziamento di tempo pieno, mense e sport negli asili nido e nella scuola primaria fino all’economia circolare.
Quest’ultimo bando è stato appena prorogato di un mese a metà marzo, ha spiegato ieri il ministero della Transizione ecologica, per far crescere ancora le 1.400 domande arrivate fin qui per un totale di 1,6 miliardi sui 2,1 disponibili (divisi fra Comuni e imprese). Di 15,4 miliardi è invece la somma degli interventi che hanno appena trovato i decreti di riparto dei fondi, come accaduto per gli investimenti nella «rigenerazione urbana», o li aspettano a breve, come accade alle risorse per la mobilità. Altri due miliardi è la cifra che accompagna i progetti in via di attivazione.

Il timore di non farcela
Ma è in queste settimane che si giocano le tappe cruciali dei bandi e dei progetti su cui dovrà correre l’attuazione. E i timori di non farcela sono molti. Anzi, si tratta di qualcosa di più che timori. «Noi abbiamo la certezza che non riusciremo a spendere tutto entro il 2026 con queste procedure», si è lasciato andare l’11 febbraio il presidente dell’Anci Antonio Decaro intervenendo in mattinata ad Agorà Extra su Rai Tre: «Servono semplificazioni ulteriori, è inutile prenderci in giro», ha chiosato il sindaco di Bari.

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Attenzione. Prima di cedere allo sconforto è bene precisare i termini della questione. Ancora ieri il presidente del Consiglio Draghi ha voluto ribadire che «le aggiudicazioni dei bandi sono le più alte degli ultimi 20 anni, e sono circa tre volte quelle del 2021». In questa corsa anche i Comuni hanno fatto la loro parte con una vivacità progettuale più intensa del previsto, come mostra il bando sulla «rigenerazione urbana» travolto da una mole di progetti tale da spingere il governo a preparare l’emendamento ora in arrivo per finanziare con 905 milioni i 541 interventi rimasti esclusi dai 3,3 miliardi del primo giro.
Il progetto, però, è solo il primo passo di un cammino lungo che per arrivare alla realizzazione deve camminare sulle gambe dei tecnici e degli esperti amministrativi. Che mancano nei Comuni impoveriti da lunghi anni di porte semichiuse alle assunzioni (-19% di dipendenti in un decennio).
Non sono solo Decaro e gli altri sindaci a battere quotidianamente sul tema, che domina anche l’agenda del governo. Lo dimostrano i mille «esperti multidisciplinari» per gli enti del Sud, le 15mila assunzioni extra a tempo determinato rese possibili dal secondo decreto Pnrr (Dl 152/2021), in un asse che lega il ministero per la Pa guidato da Renato Brunetta, quello per il Sud di Mara Carfagna e ovviamente l’Economia dove accanto a Daniele Franco e alla vice Laura Castelli (che ha la delega alla Finanza locale) ha un ruolo di primo piano il servizio centrale per il Pnrr alla Ragioneria generale. Da lì a metà gennaio è arrivata con la circolare 4/2022 la semplificazione chiesta a gran voce dai Comuni che permette di caricare sui quadri economici dei progetti le spese del personale strettamente necessario alla loro attuazione. E in cottura per i prossimi giorni ci sono altre istruzioni importanti (per martedì l’Anci ha organizzato un incontro web con Ragioneria e Funzione pubblica).

Il nodo dei tempi del reclutamento
Ma il punto sono i tempi del reclutamento, che anche a voler correre con le semplificazioni degli ultimi mesi faticano a tenere i ritmi imposti dal Pnrr. Soprattutto, ma non solo, nel Mezzogiorno, dove la crisi dei bilanci ha colpito più duramente gli organici.
C’è anche questo fattore ad animare la battaglia Nord-Sud che accompagna dall’inizio il capitolo comunale del Pnrr, e che ha acceso la mezza rivolta dei sindaci settentrionali sfociata nel rifinanziamento in arrivo per la rigenerazione urbana. In prima linea continua a esserci il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che dopo aver candidato il capoluogo lombardo al ruolo di collettore dei fondi che non saranno spesi nel Mezzogiorno si è reso protagonista di un fuorionda in cui si lamentava con il presidente leghista della Lombardia Attilio Fontana sul fatto che «il Pnrr è tutto Sud, Sud, Sud, e noi dobbiamo farci più furbi». La geografia dei fondi cambia in realtà da intervento a intervento, e si orienta a Mezzogiorno quando alla clausola che riserva al Sud il 40% dei fondi si uniscono parametri di distribuzione legati agli indici di vulnerabilità sociale e materiale. La cui riduzione è uno degli obiettivi chiave del Pnrr.

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