Lavoro

Reddito di cittadinanza, la stretta «a tappe»
Per il Reddito di cittadinanza si profila una stretta soft: nessuna abolizione del sussidio di povertà da un giorno all’altro per i percettori abili al lavoro, ma un percorso a esaurimento. «Un décalage e un sistema che incentivi le persone a lavorare», dice il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Che torna sul “luogo del delitto”, visto che ricopriva lo stesso incarico nel primo governo Conte quando, nel 2019, fu varato il Rdc, che ora Lega e centrodestra hanno nel mirino. «Anche allora avevamo un’impostazione diversa dai 5 Stelle», dice Durigon, solo che la Lega lasciò mano libera ai grillini sul Reddito in cambio di Quota 100, cara al Carroccio. Anche oggi i due piani sono collegati, visto che il governo punta a risparmiare sul Rdc per aumentare la flessibilità su quella che nel frattempo è diventata Quota 102.

Limite di tempo
Togliere i soldi ai poveri per mandare in pensione lavoratori con 41 anni di contributi (più 61 di età), che non hanno problemi di reddito? «Ma no – replica Durigon – vogliamo solo dare una risposta diversa a chi può lavorare: dignità attraverso il lavoro». E veniamo allora alla proposta della Lega che, sottolinea Durigon, «è più morbida di altre che circolano nella coalizione, ma si muove nello stesso solco». Punto di partenza: «Il sussidio non può essere a vita. Va fissato un termine oltre il quale non si può andare, un po’ come con la Naspi», l’indennità di disoccupazione. Un percorso «ragionevole», secondo Durigon, «prevede, dopo i primi 18 mesi di Reddito, che si possa andare avanti al massimo per altri due anni e mezzo, ma con un décalage».

Come funzionerebbe
Funzionerebbe così. Dopo i primi 18 mesi, se la persona non ha trovato un lavoro, viene sospesa dal sussidio e inserita per sei mesi in un percorso di politiche attive del lavoro. Per esempio, corsi di formazione adatti al suo profilo e alle richieste delle aziende. Percorso che, ha detto la premier Giorgia Meloni, potrebbe essere retribuito ricorrendo alle risorse del Fondo sociale europeo. Se dopo 6 mesi la persona è ancora senza lavoro, dice Durigon, potrebbe ottenere di nuovo il Rdc, «ma con un importo tagliato del 25% e una durata ridotta a 12 mesi», durante i quali continuerebbe a fare formazione. Se anche dopo questo periodo il beneficiario non è entrato nel mercato del lavoro, verrà sospeso per altri sei mesi, passati i quali potrà chiedere per l’ultima volta il Rdc, questa volta «solo per sei mesi e per un importo decurtato di un altro 25%. Prenderà cioè la metà di quanto prendeva all’inizio». La riforma prevederà che si decade dal Rdc anche rifiutando una sola offerta congrua di lavoro (oggi due).

Colpito un percettore su tre
Chi verrebbe colpito da questa stretta? «Un percettore su tre del Rdc», dice Durigon. Sicuramente i 660 mila tenuti alla sottoscrizione del Patto per il lavoro e probabilmente anche i 173mila che già lavorano (ma con retribuzioni così basse da ottenere il sussidio). Per potenziare le politiche attive verranno coinvolte maggiormente le agenzie private e rafforzati gli incentivi per chi riesce a collocare al lavoro gli interessati. Infine, c’è il versante dei controlli. «Pensiamo – dice il sottosegretario – che il sistema non debba più essere gestito centralmente dall’Inps ma sul territorio dai comuni, che conoscono meglio le reali situazioni di povertà.

Reddito di cittadinanza, i risparmi per «Quota 102»
Con la stretta si potranno risparmiare «a regime, cioè alla fine del percorso, almeno 3 miliardi» su una spesa di circa 8 miliardi l’anno. «Ma già in partenza, con la sospensione e il taglio del 25% del sussidio, circa 1,2 miliardi, senza contare i risparmi con i controlli». Per cosa verranno utilizzati? «Magari per rafforzare gli interventi verso i veri poveri — dice Durigon — e poi per introdurre Quota 41, cioè la possibilità di andare in pensione dopo 41 anni di lavoro». Per la Lega è un cavallo di battaglia, ma il partito di Matteo Salvini sa che Quota 41 senza un limite di età non passerà mai. Per questo lavora a una nuova Quota 102: 41 anni di contributi più 61 di età. «Darebbe la possibilità di andare in pensione prima a una platea di circa 90mila lavoratori», sottolinea il sottosegretario. Ma poiché la misura potrebbe costare troppo si stanno studiando anche altri mix: 62+41, 63+41. «63 non esiste», taglia corto Durigon, che spera di portare a casa 61+41 e magari anche un’altra proposta della Lega: l’incentivo per chi resta al lavoro dopo i 63 anni (i contributi Inps in busta paga). «Aiuterebbe soprattutto alcuni settori a corto di personale, come la sanità», conclude.

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