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Secondo la Population Division la popolazione italiana nel 2100 scenderà a 36,9 milioni. E le previsioni sono in peggioramento, soprattutto per il Sud

Il momento è ora. Non domani o dopodomani, ora. Le previsioni 2022 della Population Division, Dipartimento dell’Onu che si occupa di studiare e fornire presente e tendenze future della popolazione di ciascun Paese e area geografico-territoriale del mondo, suonano come una campana a morto per l’Italia. E non intendere la gravità di questo suono è cosa che non sarà perdonata. Perché i dati non possono più essere ignorati, alla luce della loro assoluta gravità.
Stimata dalla Population Division nelle sue previsioni del 2019 in 40 milioni per il 2100, la popolazione italiana nelle previsioni 2022 appena rese note dallo stesso Dipartimento scende a quella stessa data a 36,9 milioni: 3,1 milioni in meno rispetto alla previsione di tre anni fa, 22 milioni di abitanti in meno rispetto agli abitanti attuali dell’Italia. Il peggioramento delle stime della popolazione italiana nello spazio di appena tre anni tra il 2019 e il 2022 sta a significare un ulteriore aggravamento delle pessime tendenze demografiche che la affliggono: stiamo scendendo sotto le 400 mila nascite annue mentre i morti sfiorano o superano le 700 mila unità.
Diciamo allora che, primo, anche l’Istat sotto la guida ispirata del professor Blangiardo, ha da tempo lanciato l’allarme e pubblicato previsioni della popolazione italiana che prevedono una perdita di 12 milioni di abitanti entro il 2065 che corrisponde grosso modo alla previsione Onu per la fine del secolo e, secondo, che altre previsioni provenienti da università anche statunitensi di grande prestigio non danno per la fine del secolo migliori risultati per la popolazione italiana, ma semmai ancora peggiori. La convergenza, in basso, delle stime che ci riguardano già rappresenta un indice di attendibilità di queste stesse stime. In più, la Population Division si preoccupa di segnalare che per i prossimi cinquant’anni le tendenze in atto condizioneranno fortemente gli andamenti che ancora devono verificarsi. Insomma, c’è senz’altro un range di variabilità che circonda quello che sarà l’ammontare della popolazione italiana nel futuro. Ma con la Cina e il Giappone l’Italia è la grande ammalata del mondo sotto il profilo demografico: non si scappa. Ammalata grave, oltretutto. Capace di toccare tra il 2050 e il 2060 lo squilibrio indicibile, e insostenibile, di 350 mila nati contro oltre 800 mila morti annui.
Negli ultimi venti anni le donne in età feconda, quelle con la potenzialità dei figli, si sono ridotte in Italia, in conseguenza di una denatalità che ha cominciato a farsi sentire già dalla seconda metà degli anni Settanta, di oltre due milioni e oggi rappresentano meno del 39 per cento del totale della popolazione femminile: una proporzione così bassa che se pure queste donne portassero il numero medio dei figli per donna dagli 1,2 attuali agli 1,5 sperabili le nascite continuerebbero a ridursi. Siamo dunque finiti, visto che la contrazione delle nascite non si arresta — tanto che il record delle minori nascite di sempre verrà toccato con ogni probabilità proprio in questo 2022 — in un vicolo cieco? In una strada senza sbocchi? Sì, quasi. Se non del tutto. La differenza tra quasi e del tutto sta in quel che farà o saprà fare o vorrà fare la politica.
Per la fine del secolo la speranza di vita alla nascita, altrimenti detta vita media, sarà per gli italiani di 93,5 anni, ormai non così lontana dal secolo. Saremo per questo parametro secondi soltanto al Giappone, che sfonderà la soglia dei 94 anni. Ma c’è poco da festeggiare perché i processi della continua riduzione della popolazione e del suo sempre più spinto invecchiamento non sono che le due facce della stessa medaglia: il dislivello abissale tra nati e morti. Riducendosi da cinquant’anni le nascite non ha fatto che ridursi di conseguenza la proporzione della popolazione giovanile e lievitare come un soufflé quella delle età più avanzate ed estreme.
C’è salvezza? Fino a oggi più che non agli italiani un qualche addolcimento della curva di caduta della popolazione italiana l’hanno fornito gli immigrati: 5,2 milioni di stranieri residenti più 2 milioni di stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Molto si giocherà su controllo-programmazione e integrazione dei flussi dei nuovi migranti. Tutto l’Occidente non solo l’Italia dovrà fare i conti (e menomale) con questa componente della dinamica demografica destinata a pesare ancora di più nel futuro.
Da oggi al 2031 secondo stime Istat recentissime l’Italia perderà ancora 1,5 milioni di abitanti. Di questi oltre un milione nel Mezzogiorno e solo 200 mila al Nord, cosicché in proporzione alle rispettive popolazioni il Mezzogiorno perderà più del 5 per cento della sua popolazione, sei volte la perdita del Nord, che non arriva all’1 per cento. Visto che si nasce poco da una parte come dall’altra, il maggiore afflusso da un lato e il più efficace controllo-integrazione dell’immigrazione dall’altro fanno tutta quanta la differenza.
Non basterà affatto, per il futuro. Non se vogliamo evitare le ipotesi più infauste che vedono l’Italia precipitare nel ruolo di immensa casa di riposo a cielo aperto. Occorreranno politiche coraggiosissime di mercato-lavoro-abitazione capaci di dare certezza di prospettive ai giovani e sollecitarli così alla formazione di coppie con la prospettiva dei figli.
C’è ancora un margine di fuga, dal cul de sac. Risicatissimo. Occorrerebbero, con una grande visione d’insieme, fermezza e unità di intenti. Ma come sperare in un tale miracolo se nessuno sembra accorgersi, e meno ancora in campagna elettorale, di ciò che bolle in pentola? Se nessuno mostra di avere anche soltanto scoperchiato il pentolone sobbollente delle previsioni della Population Division che danno l’Italia all’ultima spiaggia? Se non proprio bell’e spacciata?

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