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È il momento per avanzare, il momento della nascita di una federazione. Le condizioni sono irripetibili: ci costringono a unirci e ci favoriscono a farlo

Se l’Europa è sempre avanzata nelle crisi, il momento per avanzare è questo. Il momento della nascita di una federazione. Le condizioni, nel male ma anche nel bene, sono irripetibili. Da un lato ci costringono a unirci; dall’altro ci favoriscono a farlo. In Francia, il Paese più nazionalista, è appena stato rieletto un presidente che fa suonare l’inno europeo — composto da un tedesco — prima della Marsigliese.
In Germania, il Paese più in difficoltà per la dipendenza energetica dalla Russia, il cancelliere socialdemocratico guida un governo europeista con Verdi e liberali, senza però quella forza egemonica che nell’era di Merkel era stata spesso più di ostacolo che di aiuto alla costruzione europea. In Italia c’è l’ex presidente della Bce. In Spagna il premier socialista dialoga con il nuovo leader del Pp, il governatore della Galizia Feijóo, storico capo dell’ala moderata ed europeista del partito. Alla Casa Bianca non c’è più un presidente ostile all’Ue come Trump. Il Regno Unito è fuori e non può più porre veti. L’alleanza euroscettica di Visegrad è in frantumi, con Orbán filorusso e gli altri contro. Putin, che ha tentato con ogni mezzo — incluse la corruzione e la manipolazione in Rete — di ostacolare la nascita di un’Europa unita, non è mai stato così debole.
Soprattutto, il continente fronteggia sui suoi confini orientali la più grave crisi politica, militare, energetica dalla seconda guerra mondiale. È più che mai il momento di chiedersi: se non ora, quando?
Qualcosa in effetti sta già accadendo. Si discute come superare il vincolo dell’unanimità, che concedendo a ogni Paese il diritto di veto rende ovviamente complicato prendere decisioni. Si lavora per mettere in comune i sistemi di difesa, risparmiando uomini, tempo, denaro. Ci si unisce per combattere l’inflazione e contrattare i prezzi ieri dei vaccini e oggi del gas. È chiaro che un’Europa unita pesa di più, in ogni campo.
Ma le tecnicalità non bastano. Serve una forte iniziativa politica. I temi su cui trovare l’unità sono evidenti. Difesa. Immigrazione. Energia: la Commissione ha un piano da quasi 300 miliardi, cifre sino a poco tempo fa impensabili. Fisco: non è possibile che i governi dell’Unione continuino a farsi concorrenza sleale, con i Paesi poveri del Sud che attirano pensionati e i Paesi ricchi del Nord che attirano multinazionali. L’Europa si è data una moneta comune e, con la pandemia, un debito comune. Occorre studiare anche forme comuni di governo dell’economia. E occorre una guida comune.
Se è vero che non ci sono leader in Europa in grado di parlare con Putin, con Biden, con Xi da pari a pari, questo non significa che non possano esserci in futuro.
La costruzione europea è ferma da troppo tempo. Il trattato di Maastricht, che pose le basi dell’euro, è del 1992. Il Parlamento europeo è del 1979. Una vita fa. Sono 43 anni che i popoli d’Europa eleggono i loro rappresentanti. Perché non potrebbero eleggere anche un presidente? Già si è tentato di legare la scelta del capo della Commissione a una maggioranza parlamentare; ma un conto è una designazione contrattata a Bruxelles; un altro è un’elezione diretta.
L’obiezione è nota: l’Europa non può nascere perché ogni Paese è troppo legato all’interesse nazionale. Ma ciò accade proprio perché ogni governante risponde ai propri elettori. Per questo serve un leader con un’investitura più ampia.
Come spesso accade, la società è più avanti della politica. I vari sistemi economici sono ormai profondamente intrecciati (si pensi a Francia e Italia: parliamo sempre delle acquisizioni d’oltralpe; ci dimentichiamo ad esempio che il capo della Renault è un italiano). Le nuove generazioni hanno imparato le lingue, volato low cost, fatto l’Erasmus, seguito la Champions, studiato o lavorato all’estero: l’Europa è il loro destino.
Certo, non sono cose che si decidono in poche settimane. Ma le basi vanno gettate adesso. Non si può attendere l’unanimità di ventisei Stati. I sei fondatori — Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo — oltre alla Spagna possono costituire un nocciolo duro. E avanzare. Lasciando liberi gli altri di seguire. E costruendo attorno all’Europa quell’anello di Paesi amici, dal Marocco alla Turchia, e ora sino all’Ucraina, che Prodi propose da presidente della Commissione, quando fu deciso l’allargamento a Est, e che Macron rilancia quando dice che non possiamo accogliere ora Kiev nell’Ue, ma non possiamo neppure abbandonarla.
Certo, occorrono coraggio e visione. Ci sono spinte che vanno nella direzione opposta. Per restare solo alle idee espresse negli ultimi giorni sul Corriere della Sera, Matteo Salvini — intervistato da Marco Cremonesi — ha chiesto la riscrittura dei trattati, ma in senso sovranista, non federalista; mentre il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner — intervistato da Federico Fubini — è tornato a evocare il fantasma del debito e del rigore. Però a spingere verso la federazione tra i grandi Stati europei è una forza ben più irresistibile: la storia. E la consapevolezza, non unanime ma ormai matura sia in Germania sia in Francia, che nessun Paese europeo può reggere da solo nel mondo globale.

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