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Se la situazione non cambierà, si rischia che il caos continui ad autoalimentarsi. O che russi e turchi si spartiscano definitivamente il Paese

Se esiste un piano B lo conoscono in pochi. Probabilmente non esiste. Nella tenue speranza di avviare un percorso di normalizzazione della Libia, quella che si suole chiamare «comunità internazionale», più o meno rappresentata dalle Nazioni Unite, e Italia e Francia in particolare, avevano puntato su elezioni presidenziali da tenersi il 24 dicembre. Elezioni rinviate a una data imprecisata a causa dell’opposizione di alcune delle tante bande armate attive nel Paese.
Un’occasione mancata? O piuttosto la dimostrazione che ci sono punti deboli nell’approccio occidentale (e quindi anche italiano) al problema degli «Stati falliti»? La principale caratteristica di uno Stato fallito è che in esso manca, non esiste più, un centro che abbia il monopolio dell’uso della forza. Persino in tali condizioni estreme, qualche volta, può avere ugualmente senso sponsorizzare elezioni nella speranza che ciò serva a favorire una qualche forma di stabilizzazione del Paese. Non è necessariamente sbagliato farlo quando la mancanza di un centro statale dotato di sufficienti risorse coercitive è parzialmente surrogata dalla presenza di un esercito di occupazione interessato alla suddetta stabilizzazione. Per restare ad esempi recenti, ebbe comunque un senso, in quei momenti, sponsorizzare le elezioni nei due Stati falliti dell’Afghanistan e dell’Iraq, invasi dagli Stati Uniti, con il sostegno dei suoi alleati, a seguito degli eventi dell’11 settembre 2001.
In entrambi i casi, la forza occupante si assunse il compito di assicurare (per quel che era possibile) le condizioni minime di sicurezza necessarie per lo svolgimento delle campagne elettorali e delle elezioni nonché per l’insediamento e la protezione del governo così creato. Indire le elezioni, dunque, non fu un errore anche se in seguito l’auspicata normalizzazione non avvenne (però in Iraq, dopo mille tribolazioni, e dopo anni, qualcosa che vi si avvicini almeno un po’ potrebbe essersi verificato).
Ma che dire di quelle situazioni nelle quali non c’è nemmeno quel surrogato del monopolio della forza che fu presente al momento delle prime elezioni in Afghanistan e in Iraq? Chi potrebbe avere la capacità coercitiva per imporre l’accettazione delle elezioni su tutto il territorio del defunto Stato libico, ai tanti signori della guerra e militanti armati? Per non parlare di russi e turchi? Non solo non ci sono in queste circostanze le condizioni per indire elezioni ma, addirittura, se per un miracolo o per un momento di distrazione delle varie milizie, le elezioni si tenessero davvero, il risultato, plausibilmente, non verrebbe accettato dai perdenti e ci sarebbe una nuova incontrollabile escalation della violenza.
Circolano in Occidente due posizioni estreme, entrambe evitabili se si è in grado di imparare qualcosa dall’esperienza. La prima posizione errata è che in nessun caso avrebbe senso ipotizzare che in certi Paesi extraoccidentali possano attecchire istituzioni culturalmente estranee, come libere elezioni e Parlamenti. L’esperienza storica ci dice invece che le istituzioni rappresentative possono radicarsi, in presenza di certe condizioni, in qualunque luogo, quale che siano le sue tradizioni o la civiltà a cui appartiene. A cavallo fra XX e XXI secolo sono sorte, in tanti Paesi, nuove democrazie. È vero che molte di esse, solo dopo pochi anni, sono scomparse con la stessa rapidità con cui erano sorte. Tuttavia, altre hanno resistito.
La seconda posizione da scartare è che le elezioni, quali che siano le condizioni di partenza, sarebbero comunque il primo passo necessario per favorire la stabilizzazione di un Paese e magari, addirittura, per avviarlo sulla strada della democrazia. Ma senza monopolio della forza (o un suo surrogato) — ottenibile solo spazzando via i vari gruppi armati — partire da lì è come credere di poter fabbricare un edificio cominciando dal tetto. Senza contare che oltre al monopolio statale della forza serve anche altro: come minimo, l’accettazione — anche solo per calcolo di convenienza, almeno inizialmente — di alcune regole di convivenza da parte di tutti o quasi tutti i centri di potere che contino qualcosa.
Se queste condizioni non ci sono — e in Libia non ci sono — l’Italia, che ha vitali interessi in gioco, dovrebbe pensare a un piano di riserva, a un piano B. Ma è vero il fatto che ciò è obiettivamente difficile nell’attuale situazione.
Al momento, sembra che in Libia ci siano solo due esiti possibili. Nessuno dei due è allettante o piacevole per i libici o per noi. La prima possibilità è che il caos e l’anomia continuino ad autoalimentarsi. La Libia resterebbe ciò che è stata dalla caduta di Gheddafi ad oggi: un centro permanente di instabilità per tutto il Mediterraneo. La seconda possibilità è la spartizione definitiva, non solo di fatto ma anche in qualche modo formale, di Cirenaica e Tripolitania fra russi e turchi, mentre la residua parte del territorio libico rimarrebbe terra di nessuno (almeno fin quando qualche signore della guerra riuscisse a imporvi il suo dominio). La trasformazione definitiva di Cirenaica e Tripolitania in Stati vassalli, rispettivamente russo e turco, richiede che gli eserciti occupanti vi ricostituiscano, separatamente, condizioni di monopolio della forza. Condizioni oggi assenti soprattutto in Tripolitania ove continua a prevalere il caos alimentato dalle milizie autonome.
È facile capire quale disastro politico sarebbe per noi il consolidamento dei due suddetti Stati vassalli. Anche senza considerare il danno economico, e il colpo agli interessi energetici in gioco, si pensi al formidabile strumento di ricatto (Bielorussia docet) rappresentato dalla capacità, già oggi peraltro parzialmente sfruttata, di aprire e chiudere a piacere i rubinetti da cui dipendono i flussi migratori dall’Africa all’Europa.
Se risulteranno inefficaci gli sforzi occidentali per venire a capo del pasticcio libico non sarà facile decidere per quale dei due mali parteggiare: la permanenza del caos o gli Stati vassalli.

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