Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha partecipato in prima persona all’audizione sul Def presso le commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato

«La manifattura del nostro Paese è strategica, e va considerata una leva essenziale della sicurezza nazionale; per questo – è l’appello lanciato martedì 12 aprile dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ha deciso di partecipare in prima persona all’audizione sul Def presso le commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato – dobbiamo difendere le filiere industriali. Serve responsabilità; e una risposta più robusta, di sistema, e duratura».
La guerra tra Russia e Ucraina si innesta su un quadro economico in rallentamento (dallo scorso novembre); già il 16% delle imprese ha ridotto o sospeso la produzione; un altro 30% lo farà nelle prossime settimane (quindi, tra due mesi e mezzo quasi il 50% dell’industria italiana avrà ridotto la produzione). Colpa dei rincari dei prezzi energetici (+52,9% annuo su marzo), delle difficoltà di reperimento di materie prime e materiali, e del forte aumento dell’inflazione, che (purtroppo) non si esaurirà nel breve termine.
Alla luce di tutto ciò, il quadro macroeconomico che delinea il Def appare, per Bonomi, «ottimistico, e sembra non cogliere le straordinarie difficoltà dell’attuale situazione». È indispensabile, perciò, una correzione di rotta: «Serve partire dalla sterilizzazione degli aumenti dei prezzi di gas e petrolio per imprese e famiglie, da inquadrare in una risposta di sistema, un patto a tre con governo e sindacati – ha spiegato il leader degli industriali -. Perché se non si interviene sui rincari le imprese saranno costrette a fermarsi». Va insomma evitato il pericolo di alimentare ulteriormente la spirale inflattiva, con una corretta politica dei redditi, anche perché, ha proseguito Bonomi, «non è possibile chiedere alle imprese, che si stanno già fermando, anche un aumento del costo del lavoro».
La strada, per il presidente di Confindustria, passa per un intervento strutturale di riduzione del cuneo contributivo (che per essere “tangibile” deve attestarsi almeno in un ordine di grandezza tra i 16 e i 18 miliardi, ndr) per far crescere imprese e buste paga dei lavoratori (aiutando in primis, donne, giovani, contratti a termine, e redditi bassi, i più scottati dalla crisi). «Il momento richiede responsabilità e spirito di coesione – ha incalzato Bonomi -. I sindacati devono essere consapevoli che occorre discutere e affrontare le cause dei problemi e, poi, individuare le soluzioni anche alle loro istanze. Nel contempo, è di tutta evidenza che la presenza del governo, come accadde con il protocollo del 1993, amplia necessariamente la prospettiva e la colloca dentro una “politica dei redditi” che impone di discutere di costo del lavoro». Del resto, le risorse ci sono; e prima di pensare a uno scostamento di bilancio, occorre vedere i fondi che, già oggi, ci sono a disposizione (a cominciare dai 38 miliardi in più, tra entrate tributarie e contributi sociali, che lo Stato, nel Def, prevede di incassare nel 2022, oltre ai 900 miliardi di spesa pubblica, ndr).
In sintesi, il messaggio del mondo delle imprese a governo e politica è quello di superare «gli approcci di brevissimo periodo» finora seguiti, ed essere invece «tempestivi» e mettere in campo interventi «strutturali» e «straordinari»: «La Germania, ad esempio, sta stanziando 100 miliardi per sostenere le imprese – ha ricordato Bonomi -. Noi con il Def stanziamo 5 miliardi». Oltre alle misure sull’energia (in primis, tetto al prezzo del gas), per Bonomi occorre anche che il Pnrr «sia aggiornato», visto che in 48 giorni sono cambiati obiettivi e condizioni (ma non bisogna fermare il processo di implementazione delle riforme strutturali); e serve estendere Industria 4.0. Insomma, non c’è da perder tempo; e «bisogna approntare gli strumenti adeguati per far sì che non venga distrutto in tutto o in parte il nostro tessuto produttivo».

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