Ospedale sanita

Il sistema, segnato da mille tagli negli ultimi decenni, ha retto in modo ammirevole le ondate pandemiche ma i nodi sono venuti al pettine e non si può fare finta di non vederli

L’ondata di contagi che sta travolgendo la Cina ci riporta a tre anni fa quando un virus che sembrava lontano e confinato a altre latitudini del mondo bussò alle nostre porte cambiando l’orizzonte delle nostre vite. Poi sono arrivate la guerra, la crisi energetica e cambiamenti che mai avremmo pensato potessero avvenire. Oggi abbiamo abbandonato le mascherine (eccessivamente), cerchiamo di lasciarci alle spalle i ricordi più duri, quelli della prima ondata quando il lockdown ci chiudeva nelle nostre case e i camion di bare partivano da Bergamo, ma quello che è accaduto e tuttora sta accadendo è lungi dall’essere superato, anche nel nostro Paese.
Un dato valga per tutti: la mortalità in eccesso (quella che misura i decessi in maggior numero rispetto a quelli rilevati in passato in un certo periodo) non è mai tornata ai livelli pre-pandemici. Secondo i dati di Eurostat solo nel mese di settembre 2022 in Italia è morto il 7,2% in più di popolazione rispetto alla media dei 4 anni precedenti la pandemia. Si è valutato che dal punto di vista socio-economico fosse un prezzo accettabile vista la situazione. È una decisione politica, criticabile ma del tutto lecita e peraltro condivisa da moltissimi altri Paesi, l’estremizzazione massima è la Cina di queste ultime settimane, con, in assenza di una diffusa immunizzazione, i risultati disastrosi che ne stanno conseguendo.

Il punto però è che il nostro Servizio sanitario, già segnato da mille tagli nei finanziamenti attuati negli ultimi decenni, ha retto in modo ammirevole e eccezionale le diverse ondate pandemiche fino ad ora ma i nodi sono ormai venuti al pettine con grande evidenza, e non si può fare finta di non vederli. La vicenda dei Pronto soccorso strapieni e sotto stress, dei reparti internistici senza letti, tanto da indurre alcune regioni a imporre un rinvio delle attività chirurgiche elettive, dell’assenza di una medicina del territorio, dello scarso numero di medici e infermieri, sono solo alcune punte di un iceberg che rischia di sgretolarsi travolgendo l’equilibrio socio-economico di un Paese la cui stessa Costituzione garantisce il diritto alla salute per tutti, in modo equanime. Chi in queste settimane ha avuto la sfortuna di doversi rivolgere direttamente o per parenti e amici a un qualsiasi ospedale della penisola ha sperimentato sulla propria pelle cosa voglia dire avere un Servizio sanitario che non riesce più a fare fronte ai bisogni di salute, che arranca facendo il possibile quando le richieste eccedono di molto le capacità ricettive e assistenziali.
La crisi ha tante sfaccettature: il fatto che pochi vogliano oggi intraprendere le carriere sanitarie non deve stupire più di tanto, medici e infermieri italiani sono fra i meno pagati in Europa, come certificato da una recente analisi dell’OCSE, e la mancanza di riconoscimento sociale data ormai da troppi anni. Ma non si tratta solo di questo, la struttura del Servizio sanitario va ripensata completamente dopo oltre 40 anni dal suo varo, il fatto che la spesa privata sia poi in costante aumento non è un buon segnale per un sistema che si basa sull’universalismo. Il passaggio a assicurazioni e mutue private o di categoria aumenterebbe ulteriormente le sperequazioni sociali in un settore così delicato come quello della salute ma la spesa «out of pocket» va comunque gestita e governata.
Va poi detto che anche i maggiori contribuenti hanno diritto a una sanità pubblica che funzioni, in fondo la finanziano con le loro tasse e, come noto, l’imposizione fiscale, per chi non evade, in Italia non è certo leggera. È cambiato il profilo di salute, sono cambiati i bisogni, sono state rivoluzionate le tecnologie (basti ricordare che quando è stato fondato il SSN, nel 1978, non erano ancora in uso clinico TAC, PET e risonanza magnetica!), anche il SSN deve essere riconsiderato perfino nel suo sistema aziendalistico basato sul modello americano di rimborso dei DRG (hanno ancora un senso i rimborsi attuali nel mondo della genetica, delle terapie molecolari e dei robot chirurgici?). È stato un errore affidare la governance del sistema interamente a amministrativi, escludendo completamente i professionisti, a tutt’oggi i medici non hanno alcuna voce in capitolo e i risultati si vedono. Non si può pensare a una strategia di governo senza sapere cosa è necessario per fare assistenza, che problemi ci sono in corsia, di cosa hanno bisogno i malati. Il Pnrr ha destinato risorse importanti alla sanità, sebbene solo strutturali, alcuni investimenti sono già stati avviati, come le Case e gli ospedali di Comunità, il problema sarà però riempirli di personale e di contenuti.
Rifondare il nostro Servizio sanitario vuol dire investire sul nostro futuro, significa mettere in sicurezza l’equilibrio del Paese e la sua stabilità sociale; abbiamo sperimentato durante le fasi più dure della pandemia quanto sanità e economia siano strettamente correlate. L’Italia ha dimostrato di avere le risorse professionali e di sistema per potercela fare, basti citare lo straordinario contributo che ha dato il nostro Paese alla ricerca nei momenti più cupi di questi ultimi tre anni con fondi notoriamente scarsissimi ma, senza una radicale e strutturale rivisitazione dell’architrave delle nostre cure e adeguati finanziamenti (non dimentichiamo che la nostra spesa sanitaria in rapporto al Pil è tra le più basse d’Europa), non è immaginabile che il sistema possa reggere. Ha finora tenuto miracolosamente allo stress test della pandemia ma non può farcela oltre. Il monito del presidente della Repubblica Mattarella in occasione del suo discorso di fine anno sull’importanza di sostenere il nostro Servizio sanitario va ascoltato e raccolto con attenzione.

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