Buttare giù finalmente le case a rischio per chi ci abita prima ancora che perché vive a valle e potrebbe essere travolto a nuove valanghe di fango? O ricostruire di nuovo, dopo tanti lutti, ancora lì?

A Cavallerizzo, una frazione arbëreshë di Cerzeto, «franò l’idea dell’abitato, l’ordine collettivo, il sistema di relazioni, e s’intesserono interminabili discussioni tra chi ravvisava la necessità di andare via e chi, nonostante l’incombere del pericolo, intendeva ricostruire il sito nel luogo in cui era nato. In questione, ogni giorno, si mettevano argomenti la cui importanza dall’esterno appare differente, ma che erano tutte ugualmente vitali: garantire un tetto ai rimasti, scegliere il nuovo sito, trasferire la statua del santo protettore san Giorgio, gestire le memorie in un mondo che finisce…» La lettura della nuova edizione de Il senso dei luoghi (edita da Donzelli) dell’antropologo Vito Teti, a quasi vent’anni dall’uscita del libro che denunciò il tragico spopolamento dell’Appennino calabrese, massimo esempio dell’abbandono della montagna italiana e più ancora della «spina dorsale» della penisola a partire dall’Appennino Ligure fino al sud più profondo, riapre una ferita che continua a buttare sangue.
Alle decine di paesi già evacuati via via dagli abitanti, se ne sono infatti aggiunti altri. Soprattutto sull’Aspromonte ma anche in altre aree della regione. Come appunto il borgo su citato, Cavallerizzo, dove «nel 2005 si verificò una frana che comportò la morte del paese e l’evacuazione dei suoi trecento residenti. La strage fu evitata perché un abitante del luogo intuì il pericolo, passò la notte a guardare la pioggia fitta cadere in una zona a rischio e poté così dare l’allarme. Lo smottamento portò via gran parte del paese, ma anche del paese che gli abitanti avevano dentro…».
E si torna sempre lì, al fatto che la stragrande maggioranza di queste contrade sono state abbandonate dopo disastrosi terremoti, come quelli a catena nel 1905, 1907, 1908, o grandi frane come quelle del 1951 (che vide molti abitanti di Africo emigrare nella lontanissima Riverina, in Australia) e poi ancora del 1971. Catastrofi naturali aggravate dall’incuria spesso criminale per un patrimonio edilizio vecchio e trascurato. Catastrofi seguite, come oggi a Ischia, dal solito dibattito: buttare giù finalmente le case a rischio per chi ci abita prima ancora che perché vive a valle e potrebbe essere travolto a nuove valanghe di fango? O ricostruire di nuovo, dopo tanti lutti, ancora lì? Leggere la storia di tanti abbandoni calabresi potrebbe aiutare a capire. Chi vuol capire.

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