Il Partito democratico alleandosi con Conte nel 2019 ha offerto una preziosa legittimazione al suo più pericoloso potenziale concorrente

La prospettiva del «campo largo» su cui si dibatte nel Partito democratico (cioè se stabilire o no un’alleanza di ferro con i 5 Stelle) può essere considerata come una sorta di nemesi storica. Una nemesi non solo rispetto all’orgogliosa autonomia di cui sempre andò fiero il suo più vero e illustre predecessore, il Partito comunista, ma anche rispetto alla capacita che esso ebbe — e che viceversa appare clamorosamente assente tra i «democratici» odierni — di far convivere al suo interno quasi tutto e il contrario di tutto.
In quel partito, infatti, vissero sempre due anime. La prima era un’anima estremista che, una volta abbandonata l’antica radice bolscevizzante dura e pura (alla Pietro Secchia, per chi ha memoria di questi nomi), con gli anni ’60-70 del secolo scorso venne via via tramutandosi in un coacervo fatto di mobilitazioni di piazza, di utopismi sul ruolo delle «masse», di elucubrazioni anticapitalistiche, di un movimentismo all’insegna delle «lotte» e di un invincibile propensione sentimentale a sostenerle sempre e comunque . Ma fronteggiava quest’anima la seconda: fatta invece di immedesimazione istituzionale, di ragionevolezza riformistica, di educazione ad ogni compromesso utile a consolidare gradualmente le posizioni e a spostare «più avanti», a proprio favore, l’equilibrio del potere. Fu questa ultima in sostanza l’anima del togliattismo.
Un’anima la cui ambiguità risiedette nel non tentare di cancellare mai la prima, bensì di mantenerla in vita al fine di servirsene per tenere l’avversario sempre sul chi vive e all’occasione sotto scacco (anche se in tal modo proprio il togliattismo impedì che il Pci divenisse un organismo compatibile con un compiuto orizzonte democratico).
Non fu facile la coabitazione per mezzo secolo di queste due anime che in fin dei conti rispecchiavano due reali tradizioni storiche del movimento operaio italiano. Essa fu possibile grazie all’immenso prestigio di cui godeva il gruppo dirigente del Pci con il suo segretario. Un prestigio che in un certo senso era l’estensione ad esso del carisma storico che agli occhi di tutta la sinistra «di classe» (come allora si diceva) compenetrava di sé quella specie di entità mitica che era il Partito comunista: «il partito» per antonomasia, rappresentante in terra dell’epifania rivoluzionaria russa, del mitologico Ottobre. Sicché il gruppo dirigente comunista — anche perché selezionato con duri criteri di merito ed educato a tenere a freno i propri contrasti interni — si presentò sempre all’esterno, al popolo di sinistra, come una sorta di compatta élite carismatica. Investita come tale dalla storia e, depositaria del sapere circa il da farsi in ogni circostanza, essa non poteva che essere comunque obbedita. E quindi regolarmente premiata con il voto.
Oggi, con la paralisi ideologica che lo attanaglia e il moltiplicarsi al proprio interno di personalismi e di correnti guidate da una schiera di «homines novi» che sono solo delle pallidissime ombre dei dirigenti di un tempo, il Partito democratico paga il prezzo di essersi illuso che anche dopo la fine del comunismo, anche dopo il crollo del mito dell’Ottobre che le teneva insieme, gli sarebbe riuscito di continuare a far convivere le sue due anime. Due anime entrambe democratiche. Ma solo nel senso che entrambe accettano le regole formali della democrazia, non già nel senso che possiedano entrambe una cultura politica democratica. Infatti, mentre ce n’è una schiettamente riformista ce n’è un’altra di segno opposto la quale insiste a non riconoscere che nelle nostre società vi sono comunque limiti d’azione invalicabili, che non sa farsi una ragione del fatto che le risorse sono sempre limitate, che il mondo non è bianco e nero ma quasi sempre grigio, e infine che oltre a prestare aiuto ai buoni è necessario anche tenere a bada i cattivi. E quindi tende costantemente a precipitare nel radicalismo parolaio, nelle soluzioni strampalate, nell’irrealtà: auspicando per l’appunto il «campo largo», un’alleanza di ferro con i 5 Stelle
Nel Pd queste due anime non riescono più a coesistere perché, oltre il venir meno del mito unificante della rivoluzione d’Ottobre esso sta pagando l’errore clamoroso commesso nell’estate del 2019.La cui misura si apprezza ancora una volta guardando al passato.
Pur aperto ad ogni compromesso il togliattismo fu però sempre fermissimo su un punto: nel fare terra bruciata alla sua sinistra, nel non permettere che prendesse piede acquistando consistenza qualunque cosa che potesse dirsi più «rivoluzionaria», più radicale di lui. Convinto, a ragione, che un’eventualità del genere avrebbe rappresentato una pericolosissima sponda attrattiva per la propria ala interna movimentista e di «sinistra» e quindi una minaccia mortale per l’unità del partito stesso. Ma nell’estate del 2019 il Pd dimenticò questa lezione.
Fino ad allora esso aveva mantenuto nei confronti dei 5Stelle una dura posizione di contrasto, denunciandone ad ogni passo l’ispirazione populista e plebiscitaria, la pratica di governo opportunista e illiberale (il governo insieme a Salvini ministro dell’interno), le simpatie per i regimi dispotici dal Venezuela alla Cina: insomma la finta natura di sinistra. E invece, quando in quell’estate la coalizione Lega-5Stelle saltò il Pd, a dispetto di tutto, fu prontissimo ad offrirsi come socio di Conte in sostituzione del Carroccio. Prontissimo a stipulare un’alleanza con chi fino a una settimana prima aveva indicato come un avversario senza se e senza ma.
Pur di non correre l’incognita rischiosa delle urne, insomma, pur di ritornare al più presto nell’area di governo, pur di tornare protagonista di quei tanti circuiti del potere italiano a cui esso era abituato ormai da anni e dai quali non riusciva più neppure a pensare di poter stare lontano, il Partito democratico offrì con quella mossa una legittimazione preziosa al suo più pericoloso potenziale concorrente. Quel concorrente che oggi, infatti, sotto la guida abile e spregiudicata di Giuseppe Conte si è stabilmente insediato alla sua sinistra. Da dove il capo grillino suona da tempo sul piffero magico della demagogia l’intero repertorio del radicalismo, esercitando un’attrazione fatale sull’anima di tanta sinistra italiana e minacciando così di disgregare definitivamente quanto resta di quello che fu il suo maggiore partito.

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