Nel 2020 una commissione ministeriale ha terminato la revisione della materia e ha elaborato una possibile riforma

Dopo i clamori della cronaca e l’interesse mediatico per fatti e persone, gli episodi di corruzione lasciano sullo sfondo sempre un interrogativo: si potevano prevenire? Ogni episodio corruttivo produce macerie difficili da rimuovere in tempi brevi: danneggia l’immagine delle amministrazioni e delle istituzioni coinvolte, demotiva i dipendenti che vi lavorano, incide direttamente sulla fiducia dei cittadini creando diffidenza, trasforma la percezione delle attività, come per il lobbying, da lecite a illecite, incide sull’economia come costo diretto e anche come impedimento, che rallenta i processi di trasformazione e di investimento. Ci si chiede allora se non sia giunto il momento per la politica italiana di tornare a interessarsi del tema della prevenzione della corruzione, anche per dare un messaggio di «presidio del territorio» ora che siamo ancora in tempo e che gli investimenti Pnrr sono ancora nella fase iniziale di realizzazione.
Il Paese sta facendo abbastanza sul fronte anticorruzione per scoraggiare gli appetiti illeciti che i finanziamenti europei potranno scatenare visto che l’esperienza insegna che dove ci sono i soldi cerca di inserirsi il malaffare?
La legge di prevenzione della corruzione (190/2012) è stata introdotta dieci anni fa sulla spinta anche di convenzioni internazionali ed europee che imponevano all’Italia di fare di più su questo fronte.
Dopo una fase di idillio, dal 2018 in poi l’interesse per la prevenzione della corruzione è via via scemato nel sistema Paese, consegnandola a una fase di purgatorio e relegandola spesso a «inutile» orpello burocratico, lasciando in piedi un sistema che lentamente si va avvitando su se stesso. E la cosa più incredibile è che a fronte di questa generalizzata indifferenza, alle pubbliche amministrazioni è rimasto un gran da fare per provare a rispettare una mole di adempimenti per i quali non ricevono alcun riconoscimento né dalla politica né dall’opinione pubblica.
Eppure la battaglia per la prevenzione della corruzione dovrebbero intestarsela tutti, perché non è né di destra, né di sinistra, non può avere colore politico; dovrebbe costituire la base per assicurare ai cittadini benessere economico e sociale, sviluppo sostenibile, conseguimento di interessi pubblici. Numerosi studi economici dimostrano che istituzioni integre e ben «presidiate» da norme efficaci raggiungono maggiori traguardi economici e più velocemente. Che questi temi, sulla carta così popolari e ambiti, non ricevano nel nostro Paese lo spazio e l’interesse che meritano rimane un vero mistero.
La normativa anticorruzione è nata da una commissione costituita presso il Dipartimento della Funzione pubblica nel 2012 che ha guidato la mano del legislatore introducendo misure e strategie, anche attingendo all’esperienza di Paesi d’oltreoceano. Alcuni di questi istituti hanno negli anni evidenziato criticità e in attesa che il legislatore vi ritorni, si va avanti grazie alle pronunce dei Tar e del Consiglio di Stato. Nel 2019 la materia della prevenzione della corruzione ha ricevuto un nuovo impulso e una nuova commissione ministeriale presso il Dipartimento della Funzione pubblica è stata costituita ricevendo il mandato di rivedere la materia e proporre una possibile riforma. La commissione ha lavorato alacremente, in piena pandemia, per assolvere al suo compito: a dicembre 2020 la proposta di riforma è stata consegnata, ha assunto un numero di protocollo e lì è rimasta, sepolta in qualche scrivania di Palazzo Vidoni. I redattori del Pnrr, infine, ben consapevoli dell’importanza del lavoro di riforma fatto nel 2019, per ottimizzare gli sforzi e con lo scopo di predisporre, all’arrivo dei finanziamenti europei, un presidio efficace, hanno proposto ad aprile 2021 di procedere a una revisione e a una semplificazione della disciplina in tema di anticorruzione e trasparenza, utilizzando proprio la proposta di riforma elaborata dalla commissione ministeriale. Peccato, però, che le buone intenzioni non si siano trasformate in obiettivi vincolanti e negoziati con l’Europa, per cui da luglio 2021 l’anticorruzione è stata nuovamente abbandonata a se stessa. Gli unici rigurgiti di interesse sono giunti in questi ultimi mesi con l’adozione della disciplina del Piano integrato di attività e organizzazione (Piao) per le pubbliche amministrazioni e dal prossimo recepimento della direttiva sul whistleblowing.
Per il resto, misure come l’inconferibilità e l’incompatibilità degli incarichi pubblici, la trasparenza amministrativa, il conflitto di interessi, il pantouflage, che da anni aspettano di essere riviste e messe in condizione di essere meglio applicate, languono speranzose che qualche decisore si accorga della loro esistenza.
Sarebbe addirittura preferibile, per l’efficienza delle amministrazioni, che la politica prendesse la decisione di eliminare gli istituti che ritiene inadeguati o inutili, liberandole da queste moderne fatiche di Sisifo fatte anche di relazioni, rapporti e piani fini a se stessi, piuttosto che prenderne semplicemente le distanze. Una scelta in sé non auspicabile, ma l’indifferenza può fare più danni di una cattiva riforma.

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