Fonte: Corriere della Sera

di Aldo Cazzullo

Non è sufficiente, per l’attuale maggioranza, ricomporsi e scrivere un programma condiviso.Si dovrà trovare una squadra più forte, capace sia di prendere misure concrete, sia di superare il particolarismo che ha segnato questa fase


Quindi, a meno di sorprese — mai da escludere —, la maggioranza che aveva sostenuto il secondo governo Conte potrebbe ricomporsi e dare vita al terzo. I prossimi giorni diranno se la soluzione che si intravede diventerà reale. I prossimi mesi indicheranno se non sarebbe stato meglio — in particolare per il Partito democratico — tentare di allargare l’alleanza non tanto a singoli parlamentari, quanto a tutte le forze europeiste. Una cosa si può già dire ora con certezza: affinché tutto questo abbia un senso, dalla crisi deve uscire un governo migliore. Più coeso, più forte. Nei nomi e nei programmi. La piattaforma c’è già. L’ha indicata Mattarella. Il Paese vive una triplice crisi: sanitaria, sociale, economica. Forse si riuscirà a evitare la quarta: quella istituzionale. Una crisi del sistema politico italiano avrebbe conseguenze gravi, pure per l’Europa. Ma anche se sarà scongiurata, le altre emergenze sono lì, intatte.
Non c’è solo da affrontare il Covid e risarcire i danni che ha causato e causerà. C’è da riformare profondamente la burocrazia, il Fisco, la macchina amministrativa e giudiziaria, le relazioni tra le istituzioni pubbliche e le categorie produttive. E c’è bisogno di un programma dettagliato su come spendere le risorse europee, in modo che arrivino alle aziende e creino lavoro per i giovani: la generazione che, oltre ovviamente a quella degli ottantenni, ha pagato alla pandemia il prezzo più alto, e ha seguito con sconcerto ai limiti dell’indignazione quel che è accaduto a Palazzo. Siamo tutti d’accordo sui titoli del Recovery plan — green, digitale, formazione, infrastrutture… — ; ma questo è il momento di definire i contenuti.
Il governo uscente era il più indicato a risolvere le tre grandi crisi indicate da Mattarella? All’evidenza, no. Il conflitto di queste settimane, incentrato sulle rivalità personali, non ha aiutato a fare chiarezza. Una maggioranza nata esplicitamente per sbarrare la strada a Salvini e alla destra sovranista, e poi cementata (per non dire ibernata) dai mesi più duri del lockdown, deve ora trovare nuove ragioni per stare insieme. I due anni che abbiamo di fronte sembrano un tempo lungo; ma se saranno interpretati semplicemente come una serie di scadenze da far passare una dopo l’altra, tipo tela di Penelope — l’attesa messianica del semestre bianco, poi l’elezione del presidente della Repubblica, quindi l’agognata riforma proporzionale — si riveleranno un tempo perduto.
Non è sufficiente, per l’attuale maggioranza, ricomporsi e scrivere un programma condiviso. Si dovrà trovare una squadra più forte, capace sia di prendere misure concrete, sia di superare il particolarismo che ha segnato questa fase. Un po’ tutti abbiamo avuto l’impressione che fosse in gioco non tanto l’interesse nazionale, e neppure quello di partito, ma proprio l’interesse delle correnti e delle persone. Tutto questo sarebbe sgradevole in una fase di ordinaria amministrazione; diventa assurdo nel momento in cui i cittadini italiani affrontano il periodo più difficile delle loro vite.
Se saranno capaci di cambiare passo, coinvolgere donne e uomini di prima fila, dare risposte alle tre emergenze, i partiti dell’attuale maggioranza potranno arrivare in fondo alla legislatura, ed essere competitivi alle elezioni che prima o poi si dovranno pur fare. Altrimenti saranno travolti dal discredito, e non riusciranno a completare nessuno dei passaggi della suddetta tela di Penelope. Compresa l’elezione del capo dello Stato; che all’evidenza richiederà quel consenso largo che non si è saputo o voluto trovare adesso.

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