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Invece di spendere capitale politico nel deprecare la Bce o il Mes, il governo potrebbe contribuire al cantiere del nuovo sistema di governo economico dell’Ue

In questi giorni sono emersi indizi che il canale delle comunicazioni riservate Roma e Bruxelles sta funzionando. Bene o male, velocemente o lentamente, ma è aperto. Per venire incontro alle preoccupazioni della Commissione europea, il governo per esempio sta abbassando la soglia minima per i pagamenti digitali (vedremo presto se abbastanza per Bruxelles oppure no). Nelle stesse ore, contro le resistenze di comuni e regioni, il governo ha anche aperto di più alla concorrenza nei servizi pubblici locali per centrare gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e così ricevere 19 miliardi di euro da Bruxelles all’inizio del 2023.
Nella strettoia finale di approvazione della manovra e delle scadenze sul Pnrr, dettagli di questo tipo sono eloquenti. Lo sono benché la legge di Bilancio sia stata scritta inevitabilmente in fretta, schiacciata dall’urgenza di estendere sussidi sull’energia a famiglie e imprese, quindi — forse per questo — non esprima alcun modello di crescita per l’Italia nei prossimi anni.
Il messaggio che sembra uscirne è più che altro politico: il governo di Giorgia Meloni, in gran parte figlio del sovranismo degli anni recenti, non si prepara a gestire l’Italia in contrapposizione con Bruxelles. Al contrario. Vuole lavorare dentro e con l’Unione europea, anche perché la premier per prima capisce che non potrebbe essere altrimenti: il Paese è troppo fragile e troppo integrato in Europa sul piano politico, istituzionale, industriale, finanziario per resistere sulla base degli slogan sciovinisti che andavano così di moda anche solo pochissimi anni fa.
In questo la convergenza di Meloni, da destra, può ricordare vagamente la convergenza da sinistra degli scorsi decenni. Il partito comunista fu l’unico nell’arco costituzionale a votare contro l’adesione dell’Italia alla Comunità economica europea nel 1957, eppure negli ultimi vent’anni gli eredi di quella cultura hanno finito per incarnare l’ortodossia europea più impeccabile (anche troppo). Meloni invece era per l’uscita dall’euro nel 2017, metteva ancora in dubbio il futuro della moneta unica nel 2021 e ora è in mezzo al guado: viene dal sovranismo, cerca di approdare al realismo. Troppi segni fanno capire che sa di non poter andare altro che avanti, fino all’altra sponda. Poi però le intuizioni vanno messe a terra, dando loro del contenuto tangibile. E qui si direbbe che la lucidità dell’analisi ceda il passo a una certa confusione. In legge di Bilancio il governo continua a dare segnali di tolleranza per l’evasione, pur sapendo benissimo che aggredirla e ridurla è una delle grandi richieste dell’Unione europea in cambio di 200 miliardi di fondi gratis o a condizioni di favore.
Poi c’è Banca centrale europea, con le sue incertezze e rigidità. La Bce ha fatto senz’altro una scelta discutibile nell’impegnarsi in anticipo in nuove, robuste strette monetarie nel 2023 prima ancora di vedere come andranno l’economia e i prezzi. Ma solo dall’Italia sono arrivati attacchi sguaiati dai più alti livelli di governo. Dall’«incredibile, sconcertante» del vicepremier Matteo Salvini, alla «follia» della Bce secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto, al «non ha senso» del ministro degli Esteri Antonio Tajani, da Roma si è reagito come se Francoforte fosse una forza estranea e ostile. Non una nostra istituzione, espressa anche da noi, che sarà fallibile ma che comunque ha già salvato l’Italia con interventi per 716 miliardi di euro (scusate se è poco).
Per non parlare della saga del Meccanismo europeo di stabilità, come ricordava ieri sul «Corriere» Mario Monti. Nessuno fuori dall’Italia capisce perché governo e parlamento esitino a ratificare — ultimi in Europa — una riforma che cambia poco in questo organismo ormai marginale e che non sfiora nessuna delle linee rosse del Paese. Non ratificare il fondo salvataggi non significa eliminarlo, ma solo lasciarlo com’è e cioè un po’ peggio e meno in linea con gli interessi italiani. Non ratificarlo significa soprattutto dare il messaggio che l’Italia viene meno a un impegno politico perché, in sostanza, contesta ancora sul piano ideologico il quadro istituzionale dell’area euro: non certo l’ideale per un Paese che ha bisogno di fiducia sui mercati, ha bisogno dei fondi del Pnrr e ancor più ha bisogno di molta concretezza.
Il punto non è che bisogna sedersi educati alla tavola europea, non è questione di bon ton. È questione di scegliere le priorità, le strategie e alleanze giuste per i propri interessi reali. Invece di spendere capitale politico in modo sterile nel deprecare la Bce o il Mes, il governo potrebbe investirne nel contribuire al cantiere — apertissimo — del nuovo sistema di governo economico dell’Unione europea. In gioco non ci sono solo le regole di bilancio, che comunque prevedono sanzioni più certe e automatiche per chi non le rispetta. C’è anche l’obiettivo di una politica industriale europea, che risponda all’ondata di sussidi alle imprese per oltre mille miliardi di dollari della Casa Bianca di Joe Biden. Di fronte alla concorrenza americana, la Germania teme di perdere la propria base manifatturiera e vuole reagire a colpi di aiuti di Stato. Vuole smontare i vincoli europei in nome del «liberi tutti» e fare da sé. Italia e Francia, più indebitate, non potrebbero permettersi lo stesso sostegno alla loro industria e resterebbero indietro. Per questo la Commissione e Parigi propongono un «fondo sovrano europeo», finanziato con eurobond, per progetti comuni nelle batterie, nei semiconduttori, nella difesa, nelle tecnologie verdi e relative materie prime. Quello è un obiettivo per cui vale la pena spendersi. Il resto sono solo slogan di una stagione politica che non c’è più.

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