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Da trent’anni la delega crea problemi qualunque sia l’esecutivo e la maggioranza chiamata a sostenerlo

Arrivati alla stretta finale sulla composizione del nuovo governo, la tessera che fa più fatica a incastrarsi nel mosaico è ancora quella del ministero della Giustizia. Sembrava l’ultimo ostacolo, ma ieri le nuove dichiarazioni e proposte di Berlusconi e altri esponenti di Forza Italia e Lega hanno reso improvvisamente più impervio il percorso per la formazione dell’esecutivo. T uttavia la difficoltà a scegliere il futuro Guardasigilli conferma che la «questione giustizia» resta foriera di divisioni e potenziali scontri, qualunque sia l’esecutivo e la maggioranza chiamata a sostenerlo.
Accade da trent’anni, dal terremoto di Mani Pulite che sconvolse il sistema politico italiano e da quando — subito dopo — per il suo primo governo Berlusconi pensò di nominare Antonio Di Pietro ministro dell’Interno e Piercamillo Davigo Guardasigilli (con la mediazione di Ignazio La Russa). Designazioni a cui oggi si faticherebbe a credere, ma ci provarono davvero.
Oggi lo stesso fondatore di Forza Italia reclama con insistenza quella poltrona per un candidato del proprio partito, come a voler rivendicare una sorta di primazia e titolarità su una sterzata «garantista», o comunque la si voglia chiamare, che la nuova maggioranza dovrebbe imprimere nei rapporti con la magistratura e sulle leggi che regolano lo svolgimento dei processi. Richiesta a cui la premier in pectore Giorgia Meloni pare resistere non tanto per i nomi proposti dal suo alleato-rivale o per i programmi da attuare, quanto per l’ombra che potrebbe gravare su quella scelta. Non ci sono obiezioni sulla qualità delle persone, bensì sull’opportunità di assegnare il ministero a un esponente di Forza Italia dopo un trentennio segnato da leggi ad personam e conflitti d’interesse che potrebbero riproporsi, com’è inevitabile anche solo ipotizzare quando ci sono di mezzo imputazioni e processi in corso (e ancora oggi Berlusconi si trova in questa situazione).
Il nome indicato da Giorgia Meloni, l’ex magistrato Carlo Nordio a cui è stato chiesto di candidarsi alle elezioni proprio per sottoporlo a una sorta di investitura popolare anche in vista di quell’incarico, non esprime posizioni contrarie o diverse da quelle sostenute da Forza Italia. Anzi, su alcuni punti — ad esempio l’abrogazione della legge Severino o di alcune norme sulla custodia cautelare, in occasione dei referendum falliti a giugno — s’è schierato al fianco degli azzurri mentre Fratelli d’Italia era contraria. Dunque non dovrebbero esserci dubbi sulla linea che la neo-maggioranza intende perseguire, eppure resta il dissidio su chi debba guidare, dal ministero di via Arenula, la nuova stagione. Che anche in virtù di questa disputa non si annuncia semplice.
Il caso vuole che mentre si discute del nuovo Guardasigilli quello ancora in carica, Marta Cartabia, abbia dato il via libera ai decreti attuativi delle riforme faticosamente approvate nell’ultimo anno e mezzo. Ma c’è da credere che su molti punti sui quali la ministra aveva raggiunto difficili mediazioni all’interno dell’ampia e contraddittoria maggioranza che sosteneva il governo Draghi, il centrodestra intenda ritornare per conseguire finalmente i risultati che non è riuscito a ottenere finora, prima ancora di vedere gli effetti delle norme appena varate: uno su tutti, la separazione delle carriere tra giudici e pm, quasi realizzata di fatto dalla riforma Cartabia. E su molte questioni, a cominciare da questa, la maggioranza che sosterrà il governo Meloni potrà contare sull’appoggio del gruppo di Renzi e Calenda, più vicino a quella parte che al centrosinistra in materia di giustizia.
Siccome quando si toccano certi argomenti le tensioni sono sempre dietro l’angolo, i magistrati hanno messo le mani avanti chiedendo a chi si appresta a governare di non cedere alle «pulsioni di mettere in riga l’ordine giudiziario ravvivate in questi anni recenti». E di nominare al prossimo Consiglio superiore della magistratura componenti «laici» di alto profilo, che non siano solo frutto della spartizione fra i partiti. Le toghe temono interventi punitivi o regolamenti di conti, non auspicabili da chi abbia davvero a cuore un reale buon funzionamento del sistema giudiziario. Che dovrebbe essere il vero obiettivo del nuovo ministro della Giustizia. Chiunque sarà.

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