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Ancora troppo pochi i cittadini che si sono iscritti alla piattaforma per contribuire alla Conferenza sul Futuro. Ma c’è tempo

Trentaseimilaquattrocento. Questo è il numero che ha fatto scattare l’allarme rosso sul destino della Conferenza sul Futuro dell’Europa che dovrebbe porre le basi di una nuova architettura istituzionale europea. Sono infatti solo poco più di trentaseimila le persone che, al 21 novembre, si sono iscritte in sette mesi alla piattaforma online con traduzione immediata in 27 lingue, per raccogliere i contributi dei cittadini. Sono lo 0,008% dei cittadini europei che si sono iscritti in media 167 al giorno, un numero ben al di sotto di ogni aspettativa anche tenendo conto del periodo che viviamo (se non ci sarà una più ampia mobilitazione e partecipazione ci vorrebbero quasi 73 anni per coinvolgere solo l’1% dei cittadini Ue).
La durata della Conferenza è di un anno, siamo quindi a metà strada, e certamente la limitata, se non scarsa, partecipazione è un segnale tutt’altro che incoraggiante, come non lo è il fatto che non si sia prodotto un vero dibattito sul futuro del continente malgrado sia chiaro che senza Europa nessuno possa fare passi avanti. Allo stesso tempo quasi tutti concordano che la stessa Unione abbia bisogno di profondi cambiamenti per rispondere al meglio alle necessità dei cittadini.
Per questo la Conferenza era partita con l’ambizioso obiettivo di proporre modifiche ai Trattati che regolano la vita dell’Europa, alcuni risalenti ormai a molto tempo fa, e di farlo coinvolgendo direttamente i cittadini europei. Uno degli scopi della Conferenza è proprio quello di rendere l’Europa più «democratica», di diminuire la distanza tra Bruxelles e i cittadini rendendo permanenti gli strumenti di consultazione e di partecipazione.
Su questo fronte vi erano dei motivi di ottimismo offerti dalla partecipazione alle elezioni europee del 2019, la più alta negli ultimi vent’anni, ben l’8% dei votanti in più rispetto al 2014. La pandemia ha rafforzato il ruolo che l’Europa può giocare e la stessa Ue ha reagito prontamente varando il piano Next Generation che permetterà al nostro Paese di avere a disposizione somme ingenti (oltre duecento miliardi di euro) per il Piano nazionale di ripresa e resilienza cui si sono aggiunte altre iniziative come Sure che ha stanziato cento miliardi per aiutare i singoli Paesi ad affrontare l’emergenza nel mondo del lavoro.
Questo ottimismo oggi si sta trasformando in forte preoccupazione sulla possibilità che la Conferenza possa portare a risultati concreti anche perché l’indifferenza che caratterizza questo percorso rischia di diventare un argomento a supporto della volontà di alcuni governi europei di non cambiare l’Ue. Basti pensare a quelle nazioni che vogliono mantenere ad esempio il potere di veto derivante dalla normativa attuale che prevede un voto unanime di tutti i 27 Stati sulle principali decisioni tra cui quelle su cui il Parlamento europeo, unica istituzione dell’Ue eletta dai cittadini, ha votato favorevolmente anche con maggioranze al di sopra delle aspettative. O, ancora, alla presa di posizione di dodici governi — Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Slovacchia e Svezia — che hanno fatto sapere in una lettera ufficiale di essere contrari al fatto che dalla Conferenza si originino nuovi obblighi di legge.
Quindi è tutto perduto? Forse no. Anche se ben difficilmente si potrà cambiare la struttura complessa che regola le decisioni dell’Unione, la Conferenza potrebbe essere comunque l’occasione per le istituzioni europee, in particolare per il Parlamento, per rendere concrete alcune delle proposte dei cittadini. Per fare questo forse la strada migliore è quella di concentrare le energie su obiettivi precisi e mirati a partire da temi decisivi come quelli della salute, dello stato di diritto, della difesa dell’ambiente, sempre più minacciato dai cambiamenti climatici e quello dell’immigrazione, tornato di drammatica attualità non solo per la vicenda dei profughi abbandonati al confine tra Polonia e Bielorussia ma anche per l’aumento dei migranti che attraversano, o sperano di attraversare, il Mediterraneo.
Se dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa arrivassero una forte spinta dal basso e proposte concrete e attuabili su questi temi sarebbe già un successo, forse non una rivoluzione ma di certo un passo avanti rilevante. I prossimi sei mesi saranno decisivi e spero potranno essere sufficienti perché l’Europa, le istituzioni e i cittadini, non perdano un’occasione importante per il futuro di tutti. È bene che i cittadini europei sappiano che la Conferenza non è un ulteriore strumento ideato dai «burocrati di Bruxelles» ma, al contrario, l’unica Agorà che può accogliere le loro proposte per un’Europa, più giusta e più sociale.

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