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Le democrazie occidentali e le potenze come Cina e Russia hanno idee diverse su come esercitare l’egemonia: per le seconde conta ancora l’acquisizione territoriale

Nelle crisi internazionali i fraintendimenti delle intenzioni dell’avversario o degli avversari hanno l’effetto di aggravarle. Al punto che, a volte, senza che nessuno dei protagonisti lo abbia inizialmente voluto, la situazione sfugge al loro controllo e precipita nel disastro. Una causa rilevante dei fraintendimenti, degli equivoci che rendono così difficoltosi i contatti fra le democrazie occidentali e le due grandi potenze autoritarie (Russia e Cina) dipende dal diverso significato che viene attribuito dalle une e dalle altre al territorio, al suo controllo statale (diretto o tramite un governo fantoccio) e di coloro che vi abitano. Si consideri il braccio di ferro attualmente in corso sull’Ucraina o quello, probabile, di domani su Taiwan , nonché la «pace cartaginese» (la brutale imposizione del dominio su popolazioni ostili) di cui l’ultima vittima è il Kazakistan (ma la lista è lunga: dalla Bielorussia allo Xinjiang, a Hong Kong). In tutti questi casi, fra occidentali e potenze autoritarie sembra possibile solo un dialogo fra sordi: con gli uni che agitano il tema del diritto delle popolazioni coinvolte all’autodeterminazione (a decidere autonomamente come e da chi essere governati) e gli altri che rivendicano il proprio diritto a esercitare il controllo su territori di loro proprietà o che hanno comunque per loro valore strategico, qualunque cosa ne pensino coloro che vi risiedono.
È un argomento ormai classico quello secondo cui il territorio non ha più, in età contemporanea, il significato che ha avuto per millenni nell’età pre-industriale. Per ragioni sia economiche che politiche. Economicamente — si pensava — ciò che conta, in epoca industriale e post-industriale, non è più il controllo statale diretto su territori ma la posizione, di forza o di debolezza, sui mercati e nella competizione di mercato. Politicamente, inoltre, era opinione comune che territori e popolazioni non potessero più passare di mano (per il risultato di guerre, di matrimoni dinastici o di accordi diplomatici) fra una potenza e l’altra come se fossero «pacchi». Adesso, in età democratica — si pensava — è necessario tenere conto dell’opinione degli abitanti dei vari territori, di ciò che essi vogliono fare di se stessi e del proprio destino. Da tutto ciò se ne ricavava l’idea che il controllo dei diversi territori non fosse più, come era stato per millenni, la posta in gioco principale, il vero motore, della competizione internazionale. Nonché la principale causa delle guerre.
Ma questa svalutazione dell’importanza del controllo statale su territori e popolazioni era solo il riflesso dell’esperienza occidentale, dell’affermazione in Occidente di democrazie liberali di mercato. Dei loro interessi come della loro visione del mondo. Dopo la decolonizzazione, per gli occidentali, quando e se il controllo territoriale non perdeva rilevanza ciò dipendeva per lo più da ragioni legate alla competizione di potenza. Ad esempio, durante la Guerra fredda era vitale per gli americani impedire la penetrazione sovietico-comunista in America Latina e in altre aree. Ovviamente, gli occidentali hanno cercato, cercano e cercheranno di esercitare la massima influenza possibile su vari Paesi e in varie aree del mondo. È la conquista territoriale, è il controllo statale diretto, a cui non sono più interessati.
Ma non per tutti la conquista territoriale ha perso valore. È la ragione dell’attuale dialogo fra sordi. Le grandi potenze autoritarie continuano, come gli Stati del passato, a considerare i territori da loro ambìti, nonché le popolazioni che le abitano, come pacchi di cui ci si può tranquillamente impadronire se le circostanze lo consentono. Tanto più se si possono evocare precedenti storici da esibire come prove dei loro «diritti di proprietà» sui suddetti pacchi.
Due sono le ragioni di queste differenze. La prima è che una potenza autoritaria, una autocrazia, ha una scala di valori diversa da quella delle democrazie. Ai suoi occhi, cose come i diritti umani o l’auto-determinazione nazionale non hanno alcun valore. E la democrazia è un disvalore. Se si afferma in territori a loro vicini o contigui, c’è il rischio di subirne il contagio, c’è il rischio che l’esempio faccia venire una «insana» voglia di democrazia anche ai propri sudditi.
Ma c’è anche l’eredità imperiale. La Cina sta ritornando a passo di carica ai fasti imperiali dei millenni passati. La Russia di Putin aspira ad essere di nuovo un grande impero. Quando il presidente russo definisce il crollo dell’Unione Sovietica la più grande catastrofe della storia recente non è il comunismo che rimpiange, è l’impero. Gli imperi territoriali classici, come la Cina per millenni e la Russia per secoli, sono sempre vissuti di conquiste territoriali. I popoli inglobati, quando si ribellavano all’impero, erano solo sudditi da schiacciare, da riportare, con le cattive, all’obbedienza.
Quando la Russia di Putin si prende la Crimea violando la regola tacita secondo cui la pace in Europa richiede che non avvengano mutamenti dei confini non concordati fra le parti coinvolte, quando impone militarmente al Kazakistan di restare uno Stato vassallo, quando accampa diritti sul territorio ucraino un tempo sotto l’autorità russa, quando la Cina fa la stessa cosa riferendosi a Taiwan, è la loro rinata vocazione imperiale che le guida. Qui non sono in gioco le perverse volontà di un Putin o di un Xi Jinping ma tradizioni, miti e memorie storiche che fanno presa su tanti russi e cinesi.
Putin pretende dagli occidentali la promessa che l’Ucraina non farà mai parte della Nato (non spetta al pacco stabilire a chi debba essere consegnato). Gli occidentali obiettano che tocca agli ucraini la libertà di chiedere o meno di entrare nella Nato. Dialogo fra sordi per l’appunto: la competizione geo-politica e le opposte preoccupazioni in tema di sicurezza si intrecciano, nella crisi ucraina, con le divergenti ideologie, rispettivamente, dell’impero e delle democrazie.
Qualcuno ribatterà che anche l’America è un impero (oggi in declino). Ma non lo è. Certamente non è mai stata un impero di tipo classico. «Repubblica imperiale», come sono spesso stati definiti gli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, è forse l’espressione più appropriata. In ogni caso, ideologia e codici culturali sono differenti. Quale che sia, a breve termine, l’evoluzione della crisi ucraina, quelle differenze promettono di pesare assai sulla competizione fra le grandi potenze negli anni a venire.

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