Francia Macron

Il voto è stato molto significativo. E non solo perché Mélenchon ha rianimato la Gauche, e Le Pen ha decuplicato i suoi seggi. Per uscire dall’impasse, Macron dovrà manovrare in Parlamento e dare risposte su fisco, lavoro e inflazione

La botta per Emmanuel Macron è stata dura. Ma, a bocce ferme, la situazione appare complicata, non catastrofica. L’Europa ha passato prima due mesi a parlare di Marine Le Pen, poi altri due a parlare di Jean-Luc Mélenchon. Eppure Le Pen non è diventata presidente, e Mélenchon non diventerà primo ministro, come aveva chiesto ai francesi. Dare per politicamente morto Macron è prematuro; e non solo perché i risultati finali delle legislative di domenica sono un po’ meno severi per il presidente di quanto indicassero le prime proiezioni.
Il suo partito avrà la maggioranza relativa all’Assemblea Nazionale, con più seggi di quelli di Le Pen e Mélenchon messi insieme. Macron perde la maggioranza assoluta; tuttavia il sistema francese — che è semipresidenziale e non parlamentare — predispone una serie di meccanismi a protezione dell’esecutivo che in Italia non esistono (ad esempio il governo costituito da Macron non avrà bisogno del voto di fiducia). Il raffronto con le coabitazioni cui sono dovuti sottostare Mitterrand — due volte — e Chirac — una volta, per cinque lunghi anni — è improprio; in quelle circostanze c’era in Parlamento una maggioranza di segno opposto a quella presidenziale; ora non c’è. Il punto è che si è passati dal bipolarismo, per cui se perdeva la destra vinceva la sinistra e viceversa, a un sistema incentrato su quattro blocchi: la sinistra egemonizzata da Mélenchon, il centro macroniano, la destra repubblicana, l’estrema destra lepenista. In queste condizioni, la maggioranza assoluta è una chimera.
Ciò premesso, il voto francese è stato molto significativo. E non solo perché Mélenchon ha rianimato la Gauche, e Le Pen ha decuplicato i suoi seggi. Da un lato, c’è la conferma che i grandi Paesi europei si governano dal centro, come già accade in Germania; ed è interessante anche l’esito delle amministrative in Andalusia, vinte nettamente dal partito popolare del nuovo leader Alberto Núñez Feijòo, che ha imposto una linea moderata e potrà governare senza l’estrema destra di Vox. Dall’altro lato, è evidente che il populismo e il sovranismo non sono morti, anzi. E si sta affievolendo il ruolo stabilizzatore giocato prima dalla pandemia, poi dalla guerra.
I voti di Mélenchon e quelli di Marine Le Pen ovviamente non si possono sommare. Però rappresentano il segnale del profondo malessere che attraversa la società francese, e in genere quella europea. L’enorme questione che si pone è la corsa dei prezzi, e il crollo del potere d’acquisto dei salariati. Vent’anni fa pareva che il problema fosse la fine del lavoro, quindi la disoccupazione. Ora la disoccupazione è in calo dappertutto. Il problema sono i lavoratori poveri. I salari insufficienti. Il senso di frustrazione che provoca la fatica senza contropartita.
Per uscire dall’impasse, Macron dovrà certo manovrare in Parlamento: cercare un accordo organico con la destra repubblicana; oppure, più probabilmente, trovare di volta in volta intese ampie sui provvedimenti più importanti. La Nupes (Nuova Unione Popolare Ecologista Sociale) non è un monolito, e neppure un partito; è un cartello elettorale, da cui nasceranno quattro gruppi parlamentari diversi; e se mélechonisti e comunisti vedono Macron come il Maligno, all’Assemblea sono arrivati anche vecchi socialisti e giovani ecologisti che non sono entusiasti dell’idea di una Francia ingovernabile.
Soprattutto, il presidente dovrà mettersi in ascolto del Paese, dare risposte al malessere sociale, prendere l’iniziativa sui temi del fisco, del lavoro, del tetto ai prezzi, e anche della costruzione europea. L’alternativa non è un governo della sinistra radicale o dell’estrema destra, che non è mai stato un’ipotesi realistica. L’alternativa è un immobilismo che condanna il centro, l’Europa, la democrazia rappresentativa allo stallo e alla crisi.
Non è superfluo ricordare che tra poco più di sei mesi si vota pure in Italia. Da noi il centro ha avuto di fatto un ruolo guida con il governo Draghi; ma nelle urne è estremamente debole. Il vento spinge a destra. Resta da capire se sarà una destra liberale ed europea, o populista o sovranista. Se la rotta va verso Parigi, Berlino, Madrid, o verso Visegrad (peraltro divisa tra polacchi anti-Putin e ungheresi filo-Putin). Se si cercheranno risposte alle esigenze del ceto medio impoverito dall’inflazione, o si inseguiranno velleità che un Paese che veleggia verso i tremila miliardi di euro di debito pubblico non può permettersi.

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