Giustizia2

Partiti, pm e realtà. Il nostro Paese, patria del diritto, ha dovuto farsi dettare da una direttiva europea del 2016 i criteri minimi di decenza per assicurare che la comunicazione pubblica di un’indagine non diventi una gogna per chi è finito nelle sue maglie

Icasi di cronaca con forte impatto politico accendono spesso un derby tra cosiddetti garantisti e cosiddetti giustizialisti. L’aggettivo «cosiddetti» qui è d’obbligo perché accade non di rado che opposte fazioni si scambino le parti secondo convenienza: chiedendo punizioni per gli avversari e invocando tutele per gli alleati. La presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio (per tutti, non solo per amici e affini) è già prevista dall’articolo 27 della Costituzione.
E tuttavia in Italia la teoria è spesso contraddetta dalla prassi. Così, dopo decenni di conferenze stampa usate da pubblici ministeri e investigatori per esibire arrestati e indagati (neppure rinviati a giudizio) quali trofei del Male sconfitto, è stato necessario correre ai ripari. Il nostro Paese, patria del diritto, ha dovuto farsi dettare da una direttiva europea del 2016 i criteri minimi di decenza per assicurare che la comunicazione pubblica di un’indagine non diventi una gogna per chi è finito nelle sue maglie. Abbiamo impiegato cinque anni per raggiungere il «compiuto adeguamento» dell’ordinamento interno alle previsioni dell’Unione europea e ci siamo riusciti con un decreto legislativo accorto e forse perfino più restrittivo della direttiva da cui origina, tanto da sollevare qualche perplessità tra gli addetti ai lavori.
In realtà, al netto di sempre possibili miglioramenti, non si può che essere lieti se un perimetro garantito di civiltà giuridica viene ripristinato nel rapporto tra la giustizia penale e l’informazione. E però non si può non ricordare che l’informazione ha doveri a prescindere dalla sfera giuridica di una vicenda. Il vizio consolidato di pescare a strascico dalle «carte» della Procura lacerti di verbale o di intercettazione contro l’indagato per spararli in pagina, così contribuendo a una gazzarra politica dove non si capiscono più torti e ragioni, non va confuso in alcun modo con gli obblighi che l’informazione ha verso i cittadini: il principale dei quali resta quello nei confronti del cittadino-elettore.
In democrazia i media (suoi «cani da guardia» secondo un’immagine un po’ retorica ma sempre viva) servono a segnalare a chi deve esercitare il diritto di voto se il politico che sta per essere eletto ne sia degno o se il politico già eletto stia facendo con dignità e onore il suo mestiere (ex articolo 54 della nostra Costituzione). E tutto questo, si badi, a prescindere dall’esistenza o meno di un’indagine della magistratura. Se il candidato Tizio fa campagna elettorale sostenendo di essere una bicicletta, non è inappropriato che i giornalisti vadano a controllare se abbia due ruote al posto delle suole. Se entra in Parlamento un sindacalista con gli stivali coperti del fango dei campi, per segnalare al mondo che il suo mandato sarà tutto rivolto a proteggere i diritti degli ultimi e il lavoro di braccianti e immigrati, il minimo che deve attendersi è che i media vadano nei campi e nei ghetti da cui è venuto per verificare la qualità delle sue promesse. Non lo si fa sempre, è vero, e questo è sbagliato. Ma è esattamente ciò che si è fatto nel recente caso dell’onorevole Aboubakar Soumahoro.
A prescindere dai suoi esiti, la vicenda del neoparlamentare eletto con Alleanza Verdi e Sinistra è preziosa perché segnala alcune peculiarità: ma, attenzione, non nel circuito tra giustizia e informazione quanto piuttosto in quello tra informazione e politica. A differenza di tante altre vicende in cui è sacrosanto invocare il garantismo perché la stampa si muove al traino di un’inchiesta giudiziaria, qui è l’inchiesta che s’è mossa, con cautela, al traino della stampa. I cronisti sono andati alla fonte diretta della notizia, da quei migranti e da quei rifugiati che si presumeva fossero protetti nei centri d’accoglienza gestiti dalla suocera e dalla compagna di Soumahoro e che negli anni s’erano ribellati più volte per le pessime condizioni delle strutture. Il resto, dalle borse griffate della signora Soumahoro sino alla difficoltosa autodifesa del deputato, è contorno e si iscrive alla voce delle umane debolezze. La sostanza è una finzione svelata, che chiama in causa da una parte la cronica opacità di molte cooperative che si occupano di migranti e dall’altra la difficoltà crescente nella selezione della nostra classe politica. Perché solo ora, dato che le proteste nei centri d’accoglienza erano reiterate negli anni? Perché adesso il ruolo dell’onorevole rende lecito il pubblico scrutinio anche sugli affari di famiglia.
Questa non è in alcun modo una vicenda penale (il deputato non è indagato e non ha parte attiva nelle cooperative della suocera e della compagna): è una vicenda tutta politica. E lo è anche per un altro motivo, segnalato da Alessandro Campi sul Messaggero: ci costringe a riflettere sulla costruzione in laboratorio di un falso mito ad uso di un’ideologia o di una leadership, rimandando ad altri casi, il più assonante dei quali è quello di Mimmo Lucano. Anche l’ex sindaco di Riace venne innalzato dalla sinistra radicale e dal sistema mediatico (non solo italiano) come simbolo della giustizia sociale, salvo rifiutare un seggio europeo sicuro, che pure gli era stato offerto, ed essere risucchiato poi dalle sue stesse leggerezze di gestione dentro un processo che ha già portato a una condanna in primo grado.
L’ostensione della bontà è un potente prodotto da veicolare in un mondo politico la cui profondità di visione si ferma a un tweet. Ma fa un salto di specie quando incrocia una pessima legge elettorale. Soumahoro, sul conto del quale erano già arrivati segnali di perplessità dai territori fino alle orecchie dei leader che lo hanno candidato, era stato bocciato dagli italiani nel confronto diretto: il 25 settembre aveva perso contro Daniela Dondi di Fratelli d’Italia, nel collegio uninominale di Modena, storico feudo della sinistra. Ma era stato ripescato in Lombardia nella lista plurinominale del centrosinistra grazie al proporzionale: con quel meccanismo sempre deprecato e sempre immutabile che assegna ai segretari di partito diritto di vita o di morte sui candidati in virtù della posizione nel listino. E che, di fatto, spezza il rapporto tra eletto ed elettore, base di qualsiasi dialettica democratica, almeno in teoria.

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