La Ue chiede al governo la «riforma del fisco». E che si prosegua sulla strada della crescita

Era un passaggio delicato, quello di Bruxelles. Non solo perché il giudizio dell’Europa sulla manovra rappresenta la cartina di tornasole dei governi e della loro capacità di rispettare gli impegni, ma perché era il primo vero test dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, della sua capacità di costruire un nuovo dialogo con l’Unione Europea. Un confronto che ha visto in queste settimane toni molto diversi da quelli utilizzati in passato. E anche se Bruxelles non ha mai usato la parola promozione, la valutazione sugli interventi per circa 40 miliardi, è positiva. Un via libera che non era affatto scontato e che ruota intorno ad un termine che il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, ha utilizzato più volte sia nella fase preparatoria che nella presentazione in Parlamento delle misure: prudenza. Il timore che le promesse elettorali potessero mettere in discussione il solco tracciato dal governo Draghi non era un mistero per nessuno; invece, è stato proprio questo metodo prudente, probabilmente, a consentire di superare i dubbi di una legge di Bilancio che per forza di cose, è stata messa a punto in poche settimane.
Una prova del fatto che, nonostante il confronto duro sulla questione degli immigrati, il dialogo con le istituzioni comunitarie resta aperto. Ma nei prossimi mesi sarà centrale dimostrare la credibilità di interventi in grado di stabilizzare i conti creando spazi di crescita per l’economia del Paese. I due rilievi che Bruxelles ha sollevato sono molto di più che semplici osservazioni.<
Sono due aree di impegno di non poco conto sulle quali si misurerà la capacità del governo di proseguire sulla via delle riforme. Da un lato il Fisco, e il tema controverso della lotta all’evasione, che in queste settimane si è concentrato molto sulla soglia dell’obbligo del pagamento elettronico e sul tetto al contante e troppo poco su quali strategie mirate si possono mettere in campo per contrastarla (basti pensare ai 26 miliardi di Iva che non arrivano nelle casse dello Stato). Certo, se prendiamo l’elenco degli impegni assunti dai governi precedenti, molto è stato detto sulle misure di contrasto, ma poco è stato fatto. Dall’altro la dinamica della spesa pubblica. La decisione di portare il deficit dal 3,9 al 4,5% per far fronte all’emergenza bollette e al tema della perdita del potere d’acquisto per l’aumento dei prezzi che ormai viaggia intorno al 12%, non può essere un alibi per allentare i conti. Sono fragilità che l’Italia ha da molti anni e che il governo precedente, guidato da Mario Draghi, aveva cominciato ad affrontare. Ma il 2023 si apre con scenari di recessione, inflazione, aumento dei tassi d’interesse, costo dell’energia, che rendono tutto più complicato. Perciò, insieme alla prudenza servirà anche più coraggio. Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, nel dialogo con Enrico Marro, ha tracciato un percorso possibile, dalla riduzione delle aliquote alla semplificazione della giungla delle agevolazioni.
Il commissario europeo agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, ha raccomandato che l’Italia proceda sulla «riforma del fisco». È qui che si misurerà la capacità del governo, che vuole essere di legislatura, di rendere la macchina fiscale, intanto, più semplice ed equa. Una sfida affrontata spesso più per rispondere a emergenze dei conti che pensata come riforma. L’ultima risale a cinquant’anni fa, nel 1973. Aliquote, sgravi, bonus, il Fisco verrà giudicato, dai contribuenti prima ancora che dall’Europa, su dove fisserà l’equilibrio tra il trattamento dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti e quello dei lavoratori e delle lavoratrici autonome.
Ma quello che è richiesto al governo è anche proseguire sulla strada della crescita. Ed è in questa direzione che vanno i segnali di un’accelerazione dell’analisi di tutti gli intoppi che rendono ancora faticoso il percorso del Piano Nazionale di ripresa e resilienza. La tenuta dei conti, ottenuta finora con la scelta di diluire nel tempo promesse e impegni presi in campagna elettorale, rappresenta una pre-condizione necessaria, insieme alle riforme, per avere le risorse previste per aprire cantieri, accelerare la digitalizzazione, migliorare la formazione, favorire la ricerca. Sono le cose di cui il Paese ha davvero bisogno. Vale la pena ricordare come si ottengono i fondi europei (che in gran parte andranno restituiti) del Pnrr: l’Italia dimostra di aver raggiunto i suoi obiettivi e l’Europa continuerà a versare le tranche per finanziare quei cantieri. Una condizione che non è affatto automatica e che bisogna, continuamente, meritarsi.

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