Unifica il fronte dei tiranni il profondo disprezzo ideologico verso l’universo dei valori di libertà e di eguaglianza dove essi giudicano che «tutto è in vendita»

L’eterna rissa italiana tra destra e sinistra sulla spinosa questione morale da un lato, e dall’altro la non eccelsa reputazione di cui godono le istituzioni europee hanno concentrato l’attenzione suscitata dallo scandalo delle tangenti Ue assai più sul versante dei corrotti che su quello dei corruttori. Sulla miserabile congrega di politici di serie B residenti a Bruxelles e di sottopancia intraprendenti e bellocci anziché su chi elargiva loro i quattrini per i suoi scopi poco puliti. Ma il vero nodo politico è su questo versante, non sull’altro. Di corrotti, infatti, ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno così come sempre ci sono stati e sempre ci saranno, ad esempio, grandi interessi economici pronti a cercare chi, in cambio di soldi, si metta al loro servizio. È considerato in un certo senso talmente fisiologico questo ultimo tipo di ricerca di «influenza» che esso ha trovato anche un nome presentabile, «il lobbysmo», con un adeguato corredo di regole come quelle (forse un po’ troppo generose?) vigenti a Bruxelles.
Il vero fatto nuovo del Qatargate, invece, è il Qatar. Il vero fatto nuovo, cioè, è la definitiva scoperta di un genere di corruttore del tutto inedito, e cioè gli Stati: non già per ragioni di spionaggio ma per ben altro. Negli ultimi anni ne avevamo avuto sentore (più di un sentore in verità) ma ora è una certezza. Si tratta perlopiù di Stati africani e asiatici — con l’importante eccezione della Russia — uniti tutti dalla caratteristica di essere retti da regimi non democratici.
In un certo senso quanto sta accadendo lo si potrebbe considerare anche una sorta di nemesi storica. Una sorta di contrappasso per le tante volte in cui, nel corso dei secoli, avventurieri europei di ogni risma o addirittura rappresentanti delle stesse potenze europee se ne andarono in giro in Asia e in Africa con qualche sacchetto di vetri colorati o di qualche vecchio moschetto arrugginito ad «acquistare» dai capi locali, in cambio di questa paccottiglia, tutto quello che potevano: dagli esseri umani da ridurre in schiavitù a immense estensioni territoriali.
Ma oggi la storia ha cambiato verso ed è l’Occidente che viene preso di mira a suon di euro o di dollari. Non già però, come ho detto, nel tentativo di corrompere questo o quel funzionario per carpire qualche informazione, per aver accesso a un piano o a un documento, non già a fini di spionaggio insomma, come in sostanza avveniva un tempo, ma per uno scopo ben più ambizioso e grave: per influenzare lo stesso processo decisionale di vertice di quel Paese (o nell’ultimo caso l’Unione europea), per determinarne le scelte politiche anche le più importanti. Perfino per stabilire chi lo governerà. Il mondo dei tiranni, insomma, ha scoperto che il mondo delle democrazie, delle istituzioni democratiche, dei partiti e dei parlamenti, non solo è regolato da procedure aperte e perciò permeabilissime dall’esterno, ma è altresì pieno di donne e uomini fragili, dagli ideali deboli o inesistenti, avidi di successo personale, di automobili, di sesso, di Rolex; è popolato di statisti di serie B interessantissimi conferenzieri da 50 mila dollari a prestazione. E allora non si fa problemi a pagare. A cercare tra queste persone chi possa servire ai suoi propositi. Non basta, perché al fine di falsare le consultazioni elettorali oltre i soldi il mondo dei tiranni mette in campo anche le risorse del progresso tecnico, della suggestione mediatica, della manipolazione digitale delle informazioni.
Il fatto è che da qualche decennio viviamo in una congiuntura storica nuova, nella quale si sommano e s’intrecciano vari fattori più o meno inediti che, insieme, hanno segnato per l’argomento di cui ci stiamo occupando una vera e propria svolta.
Sul versante dei corruttori assistiamo innanzitutto a un’esplosione di attivismo sia da parte della Cina, ansiosa di giungere al potere mondiale con ogni mezzo — non ultimo la costruzione di una rete d’influenza commerciale, la planetaria «via della seta», che però necessita della collaborazione/complicità dei governi dei Paesi interessati —, sia della Russia che, guidata da una leadership dagli accenti paranoici, cerca con la violenza di mantenere i suoi antichi domini imperiali e la sua antica influenza servendosi di qualunque élite occidentale «amichevole» disposta ad aiutarla in cambio delle sue «risorse» d’ogni genere. Accanto a Cina e Russia si affollano molti altri attori di calibro minore — Turchia, Marocco, Corea del Nord, Stati del Golfo – ognuno con le sue mire espansionistiche o egemoniche a carattere più o meno regionale, pronti a impiegare i propri soldi per due obiettivi congiunti: acquisire il placet dell’Occidente ai propri disegni (spesso insieme a forniture militari) ovvero impedire che si faccia luce sul carattere sempre antidemocratico e perlopiù criminale del proprio regime interno. Unifica il fronte dei tiranni un elemento comune: il profondo disprezzo ideologico verso l’universo dei valori di libertà e di eguaglianza — dove essi giudicano che «tutto è in vendita» — nonché verso l’umanità che è frutto di quei valori.
Sull’altro versante, quello dei corrompibili c’è per l’appunto questa umanità, ci siamo noi, c’è il nostro mondo. Con la sua pronta, obbligatoria disponibilità a tutto ciò che sappia di diverso dall’Occidente, con il proliferare di mille centri decisionali e la loro facile penetrabilità, soprattutto con la disarticolazione culturale e morale delle sue élite: non più tenute insieme da forti valori condivisi o da antiche regole di educazione e di stile, non difese da consapevoli e forti identità né istruite adeguatamente ai nuovi compiti e alle nuove responsabilità; c’è infine il mondo della nostra sfera pubblica dove sembrano avere sempre più la meglio «la gente nova e i sùbiti guadagni».
La corruzione, quando coinvolge i vertici, non è più un fatto solo penale: è lo specchio dove è dato leggere il grado di salute dell’organismo a cui quei vertici presiedono e talvolta, Dio non voglia, anche il destino che l’aspetta.

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