Sembra esserci in Italia un significativo potenziale di resistenza alla transizione e alle sue implicazioni, uno «zoccolo duro» di elettori più riluttanti di circa il 15%: la percentuale più alta in Europa

Nel suo recente intervento all’Assolombarda, Giorgia Meloni ha toccato il tema delicato della transizione energetica. Non possiamo smantellare la nostra economia e le nostre imprese, ha detto la premier. Il desiderio di rassicurare la platea è comprensibile. Gli imprenditori non sono però i soli ad essere preoccupati per gli oneri della sostenibilità ambientale. Vi sono infatti segnali — non solo in Italia — di un malumore crescente fra l’opinione pubblica in questo ambito. La realizzazione del Green Deal non sarà una passeggiata dal punto di vista sociale e politico.
Negli anni passati abbiamo sentito soprattutto la voce dei movimenti ambientalisti. Com’era prevedibile, il passaggio dal «bla, bla, bla» (l’ironico slogan di Greta Thunberg) ai fatti ha subito mobilitato le categorie minacciate dal cambiamento. In Grecia, Polonia, Bulgaria gli agricoltori sono scesi in piazza contro le restrizioni «verdi» su allevamenti e coltivazioni. In Olanda il Movimento civico-contadino, che cavalca le proteste contro la politica ambientale del governo, diventerà forse il secondo partito alle elezioni del prossimo autunno. In vari Paesi i sindacati hanno a loro volta già avviato forme di mobilitazione a difesa dei settori produttivi ove maggiore sarà l’impatto della de-carbonizzazione.
È vero che l’opinione pubblica europea mostra alti livelli di informazione e sensibilità rispetto al cambiamento climatico. Vi è anche un’alta propensione ad adottare comportamenti di vita e consumo eco-responsabili. Al tempo stesso, la transizione energetica suscita forti timori circa la possibile perdita di occupazione e reddito. Molti cittadini iniziano a chiedersi: a quanta crescita e benessere dovremo rinunciare per de-carbonizzare l’economia? Siamo sicuri che il welfare pubblico continui a tutelarci? Se questi dubbi si rafforzano, il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 solleverà spinosi problemi di sostenibilità sociale e politica.
Una ricerca promossa da fondazione Lottomatica ha cercato di valutare questo rischio, sulla base di un ampio sondaggio comparato svolto dal dipartimento di Studi Sociali e Politici della Statale di Milano. Dai dati emerge innanzitutto la presenza di due gruppi con priorità diverse. Da un lato troviamo un 38% di cittadini che attribuiscono priorità alla tutela dell’ambiente rispetto alla crescita economica; dall’altro un 36% che ha preferenze opposte: prima la crescita. Solo un quarto ritiene che i due obiettivi possano essere conciliati tra loro.
Il quadro si complica (e in un certo senso peggiora) se all’alternativa ambiente-crescita aggiungiamo la variabile welfare. Anche se nessuno pensa di finanziare la transizione energetica a discapito della spesa sociale, il dibattito fra esperti sottolinea la necessità di ricalibrare le attuali protezioni, indirizzandole verso i rischi e i bisogni delle categorie che saranno maggiormente interessate dal cambiamento: i lavoratori che vanno ricollocati da un settore produttivo a un altro e, più in generale, le famiglie più a rischio di povertà. La ricerca Lottomatica segnala forti contrarietà a ogni modifica del vecchio welfare da parte della maggioranza degli italiani, anche quelli del primo gruppo. Solo un risicato 9% accetterebbe di accompagnare la transizione energetica con un ri-adattamento del welfare, la percentuale più bassa fra i grandi paesi Ue, eccettuata la Spagna. Altrettanta contrarietà suscitano le ipotesi di nuovi prelievi.
Sembra dunque esserci in Italia un significativo potenziale di resistenza alla transizione e alle sue implicazioni. Un’analisi approfondita dei dati consente di identificare lo «zoccolo duro» di elettori più riluttanti. La ricerca lo quantifica in circa il 15%: di nuovo la percentuale più alta in Europa, superata solo da quella spagnola. Questo gruppo di elettori privilegia l’obiettivo della crescita e la conservazione del vecchio welfare, anche se ciò dovesse compromettere il raggiungimento degli obiettivi sulla neutralità climatica.
La contrapposizione fra sostenitori della sostenibilità ambientale e sostenitori del Pil corre in larga misura lungo l’asse socio-economico (livello di reddito, professione, numerosità della famiglia) e in parte lungo l’asse territoriale (Nord verso Sud). Sono i ceti più vulnerabili, soprattutto nel Mezzogiorno, a sentirsi più minacciati. I due gruppi riflettono insomma due diverse basi sociali e i loro interessi. Ciò potrebbe rendere più probabile l’emergenza nel nostro Paese di un inedito conflitto eco-sociale.
Le divisioni esistenti all’interno dell’opinione pubblica sono importanti, ma anche relativamente malleabili: contano molto i segnali trasmessi dai policy makers. C’è anche una percentuale elevata di cittadini che non prende per ora posizione sulle alternative. Vi sono dunque i margini per gestire la transizione senza far esplodere nuove tensioni distributive. Data la posta in gioco, una classe politica responsabile dovrebbe sforzarsi di evitare questo scenario. Accompagnando le rassicurazioni generiche con proposte concrete. E soprattutto ribadendo che la lotta al cambiamento climatico non è più un problema fra tanti, ma una vera e propria emergenza che mette a repentaglio l’intero pianeta.

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