Xi Jinping

Pechino deve decidere se assecondare Putin o tutelare i propri rapporti commerciali con Europa e Stati Uniti

È chiara la richiesta dell’Occidente alla Cina: dovrebbe, se non proprio sposare le sanzioni contro Mosca, almeno mantenere i rapporti commerciali all’interno di una prudente decenza (dopotutto, anche gli europei non hanno ancora completamente rinunciato al gas russo). E poi, evitare di fare l’errore supremo di accogliere la richiesta di forniture militari all’esercito che ha invaso l’Ucraina. Ci sono millequattrocento miliardi di buone ragioni, espresse in dollari ed euro, perché Xi Jinping non si allinei a Vladimir Putin sulla via dell’avventurismo: tanto vale l’interscambio totale della Cina con Stati Uniti e Unione Europea. Dieci volte più della relazione commerciale tra Pechino e Mosca. Sembra un conto facile per i tecnocrati comunisti, anche se è altrettanto evidente che proprio per questi grandi numeri sarebbe impossibile congelare i rapporti con la seconda economia del mondo.
Xi deve aver fatto i suoi calcoli il 4 febbraio, mentre le truppe russe erano già ammassate al confine ucraino: i cinesi, se non lo avessero notato da soli ne erano stati informati dall’intelligence americana. Quel giorno a Pechino, Xi e «l’amico del cuore» Putin si sono promessi un’alleanza «senza limiti, potenzialmente in tutti i campi».
Ora la Casa Bianca ha aperto una sorta di via di fuga onorevole, osservando che forse i cinesi non avevano compreso quanto sarebbe stata vasta e grave l’azione russa: «È possibile che Putin abbia mentito a Xi allo stesso modo in cui ha mentito agli europei e al resto del mondo», ha detto il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan. Strategia brillante, ma non considera il corollario: in quel caso, il leader cinese dovrebbe di fatto riconoscere di aver sbagliato, di aver commesso il suo più grande errore in politica internazionale.
Ecco il problema principale del segretario generale comunista: come può un leader che ha il suo Pensiero iscritto nella Costituzione cambiare rapidamente fronte? Ammesso che lo voglia fare: perché il gioco di sponda con Putin nasce dalla sfiducia comune nei confronti degli Stati Uniti e dalla convinzione che i valori occidentali fossero in irreversibile declino e quelli dell’Est in continua ascesa (Xi ha usato lo slogan più volte, soddisfatto dal caos elettorale seminato da Donald Trump e dal ritiro inglorioso di Joe Biden dall’Afghanistan).
Il ricompattamento, costruito sui valori, tra americani ed europei sul fronte ucraino potrebbe portare a un ripensamento cinese. Già subito dopo il 4 febbraio, qualcosa di strano era successo a Pechino: durante le Olimpiadi, invece di comparire sul campo dei Giochi per sfruttare il prestigio dei successi sportivi cinesi, l’intero gruppo dirigente comunista è scomparso dalla scena. Si è ipotizzato che stesse dibattendo una mossa per limitare il danno d’immagine dell’abbraccio a Putin. Ci sono altri segnali: l’astensione cinese nei voti di condanna dell’invasione all’Onu (in Consiglio di Sicurezza dove Pechino ha diritto di veto e poi in Assemblea generale) ha segnato un limite all’intesa «senza limiti» con la Russia. Con formule da decifrare, i cinesi hanno lasciato intendere di voler contribuire a spegnere le fiamme della guerra in Europa, che nelle parole di Xi «tengono in pena il popolo cinese». Da ultimo, l’incontro di Roma Sullivan-Yang è stato il primo «in presenza» e di alto livello tra Cina e Stati Uniti da molti mesi e pure tra reciproche recriminazioni ha dichiarato la volontà di tenere aperto il dialogo (non era scontato ed è una brutta notizia per Putin). Intanto, al momento non ci sono prove che la Cina abbia lanciato un salvagente all’economia e alla finanza russa, né che abbia inviato armi all’armata d’invasione.Che cosa può chiedere la Cina? Dopo l’Ucraina, Xi ha capito sicuramente che gli Stati Uniti non assisterebbero passivi a un’impresa militare a Taiwan. L’inviato cinese a Roma ha evocato il «Consenso di Shanghai 1972», il riconoscimento che esiste «Una Cina» firmato da Richard Nixon per ottenere il grande disgelo. Può essere letto come il modo tortuoso di Pechino per invocare un ritorno al passato e a relazioni normali con Washington, all’interno dell’ambiguità delle posizioni sul futuro dell’isola democratica.
Xi ha il culto della «stabilità» e mai come in questi mesi ne ha bisogno, perché in autunno il Congresso del partito comunista dovrà confermarlo al potere per altri cinque anni. I pianificatori dell’economia hanno appena fissato un obiettivo di crescita per il 2022 al 5,5%, sufficiente per mantenere stabile l’occupazione, mentre già si calcola che la depressione globale causata dalla guerra ucraina costerà alla Cina almeno un punto di Pil.
Il politologo Hu Wei, che a Shanghai è nel gruppo dirigente di un think tank associato al governo, ha mandato al Carter Center americano un’analisi nella quale prevede la sconfitta, politica se non militare, di Putin e ricorda che «non ci sono eterni alleati, né nemici perpetui, sono eterni e perpetui solo gli interessi nazionali». Un appello a una scelta drastica per la Cina, a un riposizionamento. Sui blog specializzati in affari internazionali dei social cinesi l’intervento è stato aspramente criticato e poi oscurato. Restano comunque le tracce di un dibattito interno che in Occidente va seguito senza cadere nello stesso (vero) errore di Xi: la sfiducia verso il mondo esterno.

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